
Potente gesto di sfiducia degli azionisti di UBS nei confronti della dirigenza: riuniti in assemblea generale i proprietari della più grande banca svizzera hanno negato il discarico ai dirigenti. Approvato per contro, anche se non brillantemente, il rapporto sulle remunerazioni.
La negazione del discarico - che avrebbe messo i vertici al riparo da azioni di responsabilità per quanto hanno fatto durante l'anno - è del tutto inusuale. L'anno scorso la richiesta aveva trovato il consenso dell'89,7% dei votanti, mentre quest'anno (per l'esercizio 2018) è stata approvata solo dal 41,7%: una quota di un soffio superiore a quella dei no (41,6%), ma - complici i numerosi astenuti (16,7%) - insufficiente per raggiungere il necessario 50%. Ora, perlomeno teoricamente, ciascun azionista potrebbe intentare un'azione legale contro i dirigenti nello spazio di sei mesi.
Il malumore degli azionisti - all'assemblea ordinaria tenutasi a Basilea ne erano presenti 1254, che controllavano il 76% dei diritti di voto - è dovuto alla voragine finanziaria apertasi con il processo in Francia: in febbraio la banca è stata condannata a pagare 4,5 miliardi di euro (multa di 3,7 miliardi e risarcimento danni per 800 milioni) per aver aiutato sistematicamente i clienti ad evadere il fisco. Nel frattempo l'istituto ha interposto ricorso: la già annosa vicenda rischia quindi di trascinarsi ulteriormente per le lunghe.
Non pochi ritengono che il costo della vicenda avrebbe potuto essere assai più contenuto se i vertici avessero optato per un accordo extragiudiziale. I dirigenti - primi fra tutti il presidente del consiglio di amministrazione (Cda) Axel Weber e il Ceo Sergio Ermotti - hanno però respinto veementemente queste critiche: a loro avviso non vi erano spazi di manovra per un'intesa accettabile (vedi articolo suggerito).
"Anche nell'interesse degli azionisti, non abbiamo avuto altra scelta che seguire la via giudiziaria", ha sostenuto Weber nell'assemblea. La banca è convinta di poter convincere i giudici di secondo grado. Ma due importanti istituzioni di consulenza agli azionisti, Ethos e ISS, avevano raccomandano di non dare il discarico alla dirigenza, e una terza, Glass Lewis, si era espressa per l'astensione.
Commentando l'esito dello scrutinio, Weber ha detto di comprendere il fatto che gli azionisti volessero tenersi aperte tutte le vie giuridiche: il Cda discuterà comunque della cosa in una delle sue sedute. La banca ha predisposto accantonamenti a suo avviso adeguati, pari a 450 milioni di euro (cioè un decimo della somma che è stata condannata a pagare).
Già una volta in passato gli azionisti avevano respinto il discarico: nel 2010 avevano votato per i precedenti anni della crisi, rifiutandolo in relazione all'esercizio 2007, i tempi dell'allora numero uno Marcel Ospel. Gli esperti tracciano oggi paralleli con il caso di Bayer, in Germania: alcuni giorni fa la dirigenza aveva ottenuto solo il 44,5% per il discarico, a causa dei rischi giuridici legati all'acquisizione dell'americana Monsanto. Stando agli specialisti pesano sempre di più i pareri dei consulenti e anche gli investitori istituzionali si sono fatti più critici.
A far discutere nell'assemblea di Basilea come sempre è stato anche il tema degli stipendi stratosferici. A non tutti è piaciuto staccare un assegno da 20 milioni di franchi per onorare il lavoro di un anno della coppia ai vertici (6 milioni a Weber e 14 a Ermotti), cioè quanto basterebbe per reclutare un battaglione intero di impiegati medi (256 svizzeri o 300 ticinesi, che sono meno cari).
Weber ha però spiegato che il modello retributivo di UBS spinge i dipendenti a fare gli interessi dell'azienda. La grande maggioranza dell'assemblea si è schierata con lui: il rapporto sulle remunerazioni è stato approvato con il 79% dei voti. Il dato non è comunque entusiasmante per la dirigenza, visto che l'anno scorso era stato ottenuto l'81%. Nessun problema per contro ha suscitato la proposta di dividendo e l'approvazione dei conti, che sono passati con circa il 99% dei voti.
I vertici di UBS hanno anche affermato di prendere seriamente in considerazione il problema del corso dell'azione, che l'anno scorso - nonostante un miglioramento dei risultati - è crollato del 32%. L'istituto non è rimasto inattivo, sono state riacquistate azioni per 750 milioni, è stato detto.
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