
"Comprendo l'indignazione e la condivido": lo afferma il consigliere federale Guy Parmelin, chiamato a prendere posizione sul caso del predicatore islamico di Bienne che ha incassato circa 600'000 franchi di assistenza sociale. In un'intervista pubblicata questa settimana dalla Weltwoche, Parmelin ha detto che il suo primo pensiero spontaneo una volta appresa la notizia è stato: "impossibile: esiste qualcosa del genere in Svizzera?". Il ministro della difesa respinge la critica mossa al SIC - il Servizio delle attività informative della Confederazione - di non avere fatto nulla in materia. Il SIC - spiega - indaga sul 64enne originario della Libia dal 2005 in diversi casi. Dalla fine del 2016 l'uomo è al centro di un'inchiesta per sospetta radicalizzazione e appello alla violenza. Secondo Parmelin la Svizzera non fa eccezione, la minaccia del fondamentalismo islamico è aumentata negli ultimi anni. "Vi è un rischio accresciuto che è rimasto uguale negli ultimi mesi", continua. "Bisogna essere coscienti che un attentato è possibile anche in Svizzera". Il capo del Dipartimento federale della difesa non si esprime su una notizia diffusa dal Tages-Anzeiger, secondo la quale vi sono stati nella Confederazione già tre piani per attacchi terroristici, che sarebbero stati evitati solo grazie a interventi di polizia. "Non commento questo genere di notizie. Ma bisogna essere in chiaro che la Svizzera può essere un obiettivo del terrorismo islamico". "Isis, Al-qaida e altre organizzazioni hanno dichiarato guerra all'Occidente: noi ne facciamo parte", prosegue il ministro UDC. "La domanda non è: perché non vi sono stati attacchi? Bensì: quando vi saranno attacchi? E soprattutto: come fare per scongiurarli?`". Anche perché la neutralità - si dice convinto l'ex viticoltore - non ha alcun ruolo, non protegge dallo jihadismo.
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