
Correzione fisiologica o inizio di un lungo trend ribassista? Dopo il capitombolo di Wall Street venerdì scorso, giornata nera in cui l'indice Dow Jones ha perso 666 punti, pari al 2,5%, gli analisti si interrogano su quale sarà il seguito. Se cioè da domani i mercati aggiusteranno il tiro e torneranno a crescere, sostenuti dal buon andamento dell'economia in Usa e a livello globale, o se la miccia di tre giorni fa scatenerà un vero e proprio incendio. Secondo i più pessimisti, l'andamento positivo degli ultimi mesi, diventata vera e propria euforia dopo l'approvazione della riforma fiscale firmata Donald Trump, potrebbe essere arrivato alla fine. La seduta di venerdì avrebbe segnato uno spartiacque, nonostante i fondamentali dell'economia restino buoni e le prospettive per molte aziende industriali e finanziarie siano più che positive. Circa la metà dei big quotati sullo S&P 500 ha già annunciato i risultati del quarto trimestre 2017 e l'80%, rileva il Wall Street Journal, ha superato le aspettative degli analisti con dati che, proprio grazie alla riforma Trump, potrebbero ulteriormente migliorare nel corso di quest'anno. A fare paura è però un ritorno, più rapido del previsto, dell'inflazione. Ad innescare i ribassi venerdì è stata non a caso la notizia di un aumento dei salari dei lavoratori americani molto superiore alle aspettative. Incremento che potrebbe preludere ad un rialzo, probabilmente anche in questo caso superiore alle attese, dei prezzi. Se così fosse, ed è questo che i mercati temono, la Federal Reserve, finora abituata a decisioni ponderate e graduali sui tassi, potrebbe cambiare rotta e optare per un rialzo più rapido. A maggior ragione dopo l'addio di Janet Jellen e l'arrivo di Jerome Powell. Le cose non potrebbero essere troppo diverse in Europa. Gli occhi sono in questo caso puntati sulla Germania, non solo per l'ennesimo tracollo di Deutsche Bank, ma anche perché il forte sindacato metalmeccanico IG Metall ha chiesto aumenti salariali che potrebbero far salire l'inflazione e quindi spingere la Banca centrale europea (Bce) ad intervenire sul Quantitative easing (Qe). Qualche indicazione si potrà probabilmente scorgere nel report annuale di Mario Draghi al Parlamento europeo, in programma domani a Strasburgo.
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