
Le indiscrezioni sui tagli agli organici si susseguono da qualche tempo. Solo una ventina di giorni fa, Bloomberg parlava di una riduzione del 30% dei 120mila dipendenti complessivi risultati dalle nozze fra Credit Suisse e UBS, ovvero 35mila posti di lavoro in meno. E i più recenti numeri stimati dalla SonntagsZeitung non si discostano molto. Stando al domenicale, l’ondata di licenziamenti dovrebbe scatenarsi già in settembre. Nel breve termine, dovrebbero essere soppressi 10mila impieghi in tutto il mondo. Poi si procederebbe con il taglio di 20mila dipendenti, in questo caso di entrambe le banche.
Nessuna reazione
Le informazioni emerse sulla SonntagsZeitung non sono state commentate da UBS. E le bocche sono cucite anche dall’Associazione svizzera degli impiegati di banca. Da noi contattata, la co-direttrice Natalia Ferrara afferma che “siamo in stretto contatto con la banca, in una fase delicata della negoziazione. In questo momento non comunichiamo pubblicamente”.
Le categorie più a rischio
Nel frattempo, diversi dipendenti di Credit Suisse hanno deciso di lasciare la banca volontariamente, anche prima dell’acquisizione. Secondo quanto dichiarato qualche tempo fa dal Ceo di Ubs Sergio Ermotti, uno su dieci. “Penso che ci siano due grandi famiglie: una è quella dei consulenti, collaboratori che gestiscono un pacchetto di clientela, e sono quelli che dovrebbero essere in teoria più tranquilli per il posto di lavoro e anche più ricercati dalla concorrenza”, spiega Alberto Petruzzella, presidente dell’Associazione bancaria ticinese. Dall’altra parte invece “vi sono tutti quelli che lavorano al back office. Chiaramente qualche possibilità ci può essere alla concorrenza e un certo numero di collaboratori saranno necessari anche nella nuova banca, però è senz’altro il settore più critico”.
Bisognerà attendere
Le dimissioni da Credit Suisse – ci dice infine Petruzzella – potrebbero alleggerire l’ondata di licenziamenti, ma solo in parte. “Spesso a partire per primi sono quelli che hanno un miglior mercato e frequentemente alla fine restano quelli che hanno meno opportunità. Per fare i conti bisognerà aspettare la fine per capire esattamente cosa succederà. Sarà comunque un processo che prenderà mesi, se non anni, per cui ci vorrà il suo tempo per capire in che direzione si andrà e quanti saranno effettivamente i posti di lavoro che andranno persi in Svizzera e magari anche in Ticino”.

