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Il franco forte crea incertezze per le aziende ticinesi: "Alcune chiedono già l'orario ridotto"
Redazione
3 anni fa
Le imprese ticinesi sono sotto pressione a causa del franco forte e in diverse hanno già fatto richiesta del lavoro ridotto. Stefano Modenini (AITI): "È un segnale d’allarme che non si può sottovalutare".

È una situazione che fa meno rumore rispetto al passato quella del cambio euro-franco, ma solo all’apparenza. È ormai da diverso tempo che la soglia del cambio si attesta intorno allo 0,93 centesimi per un euro, con una soglia minima raggiunta poche settimane fa. Cifre che, quando raggiunte una decina di anni fa, avevano creato code fuori dagli uffici cambio. Un trend che procede inesorabilmente da quando la BNS nel febbraio del 2015 aveva annunciato a sorpresa l’abolizione della soglia minima di cambio di 1,20 franchi per un euro, in vigore dal 2011. Decisione che aveva fatto scendere in pochi minuti il corso dell’euro e che da lì, alla soglia minima non è più tornato. Una discesa altalenante, avvenuta un po’ in sordina e a tratti anche conveniente per gli acquisti o le vacanze oltre frontiera. Ad oggi però sta mettendo a dura prova le aziende del nostro cantone. “È una situazione pericolosa, significa che diventa sempre meno giustificato produrre in Svizzera perché è un paese troppo caro”, spiega ai microfoni di Ticinonews il direttore di AITI Stefano Modenini. “Se questa condizione viene giudicata stabile dalle aziende, quello che può succedere è che queste decidano di non svolgere più in Svizzera una parte della loro produzione, bensì in paesi meno cari”. Più a breve termine “quello che vediamo è una tendenza maggiore a chiedere l’orario ridotto da parte delle imprese”.

“Situazione sotto controllo, ma può cambiare facilmente”

Un rischio dunque a medio termine di delocalizzazione, mentre l’attuazione del lavoro ridotto è un fenomeno già in atto anche nel nostro cantone. I nomi al momento noti sono la Riri di Mendrisio e la Georg Fischer di Losone, ma non sono le uniche. “Si tratta di imprese importanti nel cantone e questo è un segnale d’allarme, perché se tali aziende chiedono il lavoro ridotto vuol dire che la congiuntura sta peggiorando”, prosegue Modenini. Oggi il fenomeno in Ticino rimane circoscritto “ma può esplodere abbastanza velocemente, quindi è bene che anche il Cantone sappia che al momento la situazione è ancora sotto controllo, ma può cambiare facilmente dalla sera alla mattina”.

Rischi aziendali e lavoro ridotto

Al momento, anche Oltralpe, sembrerebbe che la concessione del lavoro ridotto sia limitata, decisione che AITI appoggia, ma che al mondo delle industrie potrebbe costare dei posti di lavoro. “La questione, per cui siamo già intervenuti anche presso il Consiglio di Stato, è che non bisogna considerare come rischio aziendale tutto quello che sta avvenendo contemporaneamente”, rileva il direttore di AITI. “La pandemia è diventata un rischio aziendale per le conseguenze che ha. Per quanto concerne invece gli episodi bellici attualmente in corso in alcune parti del mondo, se c’è una contemporaneità di questi eventi, non possono essere considerati un rischio aziendale secondo noi, perché l’orario ridotto serve a mantenere la manodopera”. Se non viene concesso “una conseguenza può essere che l’azienda è costretta a licenziare”, conclude Modenini.

Differenze tra i settori

I settori più colpiti sono quelli legati all’esportazione, in particolare l’industria metal meccanica, l’industria che produce le cosiddette macchine utensili, il settore automobilistico, ma anche la farmaceutica e i beni di lusso come l’orologeria. Aree per cui il futuro si prospetta tutt’altro che roseo.

Beretta: “La chiave sta nell’essere sempre produttivi”

Come detto, per alcune aziende potrebbe farsi largo la tentazione di delocalizzare. Tuttavia, la Svizzera negli anni passati è riuscita comunque a tener banco al tendenziale apprezzamento del franco e non è stata oltremodo danneggiata, come conferma anche Edoardo Beretta, professore di macroeconomia internazionale all'USI. “La chiave sta nell'essere sempre più produttivi e avere un prodotto sempre più diversificato e unico, particolare, ad alto valore aggiunto”, afferma Beretta. “È chiaro che se il tasso di cambio dovesse continuare con questo trend, andrebbe a creare una variabile inaspettata nelle dinamiche di crescita della Svizzera”.

Il ruolo della BNS

La domanda che in molti si pongono adesso è come mai la Banca Nazionale Svizzera non agisca più, cosa che invece aveva fatto in passato. “La BNS ha tratto in parte anche vantaggio per l'economia svizzera da un apprezzamento del franco, che ha protetto l'economia dalle vampate inflazionistiche che si sono registrate soprattutto l'anno scorso in eurozona, principale partner commerciale svizzero”, precisa Beretta. In altre parole “un franco forte ha fatto sì che l'inflazione importata, cioè incorporata nei beni e nei servizi di import estero sia stata attutita. È come una coperta, che si tira in una o l'altra direzione, e chiaramente può andare a beneficio di un settore, ma magari meno di un altro”.

 

 

 

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