
"Non credo che di per sé ci sia uno scontro culturale tra le due organizzazioni". Il CEO di UBS Sergio Ermotti respinge l'ipotesi che le differenze culturali tra UBS e Credit Suisse stiano complicando l'integrazione di quest'ultima nella prima. Il ticinese si è dimostrato conciliante giovedì al Bloomberg New Economy Forum di Singapore, ma ha pure voluto esprimere fermezza sul processo di fusione: "Se discutiamo troppo a lungo del nostro modo di fare business, non solo ritarderemo l'integrazione, ma potenzialmente porteremo anche a dei conflitti".
Tante partenze
La redazione economica del Blick legge le dichiarazioni del numero uno di UBS come una risposta alla difficile situazione vissuta dalla banca, che vede la partenza volontaria di un grande numero di ex dipendenti di Credit Suisse. Negli scorsi giorni, un quadro di UBS ha dichiarato al foglio svizzero-tedesco che l'emorragia di impiegati è talmente significativa che l'istituto non starebbe più licenziando nessuno, nonostante i tagli previsti nell'ambito della fusione. L'alto numero di partenze potrebbe mettere UBS in difficoltà, anche perché i sistemi informatici di Credit Suisse sono ancora in funzione e occorre personale che li conosca. Secondo quanto riportato dal Blick, molti ex dipendenti di Credit Suisse non si sentono bene accolti nella nuova UBS. Sei mesi fa, il presidente di UBS Colm Kelleher aveva dichiarato che i dipendenti di Credit Suisse si sarebbero dovuti sottoporre a un "filtro culturale" per potere operare nel nuovo istituto. Diversi ex impiegati della già seconda banca svizzera lamentano tuttora un sospetto generalizzato nei loro confronti all'interno di UBS.
500 milioni di dollari in bonus di mantenimento
Con la pubblicazione dei risultati trimestrali nei giorni scorsi, UBS ha annunciato di avere finora speso 500 milioni di dollari in bonus di mantenimento. Si tratta di generosi regali pensati per trattenere i dipendenti in azienda.

