
Non è di certo una novità ma ora ci sono anche le cifre. Le ditte ticinesi sono fortemente penalizzate dal fatto che l’Italia abbia inserito la Svizzera nella black-list di paesi a regime fiscale privilegiato.
La Camera di Commercio del Cantone Ticino (CCIA-Ti) ha pubblicato i risultati di un sondaggio effettuato presso circa 1000 aziende al quale hanno risposto 247 operatori nei settori commerciali, industriali, artigianali e dei servizi.Da quanto si evince il 64% delle ditte interpellate ha effettivamente riscontrato delle grosse difficoltà a lavorare con partner italiani. I principali motivi sono l’aumento esponenziale della richiesta di documentazione, quali attestazioni fiscali, estratti del Registro di Commercio, bilanci, documenti contabili. Anche attestazioni bancarie relative ai diritti di firma fanno parte di queste richieste. Senza contare il fatto che spesso vengono richiesti anche in nomi delle persone fisiche detentrici della azioni delle SA.I rischi commerciali derivati da questo modus operandi si riassumono in una perdita di competitività della ditta svizzera. L’operatore italiano infatti preferisce rivolgersi ad una ditta con sede nell’UE con relativa perdita di clienti e/o fornitori da parte delle società ticinesi.Spesso l’operatore italiano addebita alla ditta svizzera i costi maggiorati derivanti dall’aumento delle pratiche burocratiche, senza contare le continue sollecitazioni e chiarimenti che giungono dall’Italia. Altro problema è la fatturazione resa più problematica, con richieste da parte italiana di fatturare una volta sola all’anno oppure procedere tramite una succursale con sede nell’UE.Tra le richieste più frequenti rivolte alle ditte ticinesi troviamo la partita IVA con il 90.9% ed il codice fiscale con il 70,1%, ma queste sono cose che rientrano nella normalità. Quello che invece esula dalla normale prassi commerciale è la richiesta delle generalità dei soci della SA, con il 32,9%, seguono i bilanci con il 21,3%, i contratti di lavoro con il 12,2% ed infine le fatture dell’elettricità con il 6,7%.Alla domanda se a causa delle black-list si ritiene di aver subito una perdita della cifra d’affari, il 73,7% delle ditte ha risposto di no. Questo dato però non deve ingannare, in quanto l’inasprimento delle procedure è in atto da poco tempo e le ditte ticinesi sono state capaci di adattarsi alle nuove esigenze. Il problema potrebbe porsi se in futuro questa situazione dovesse ulteriormente deteriorasi.La Camera di Commercio conclude precisando che l’inchiesta non vuole sostituirsi ad analisi di tipo scientifico, ma che in ogni caso ha una sua valenza in quanto i fatti hanno spesso confermato quanto rilevato. Si può quindi affermare che le black-list non toccano solamente il settore finanziario e che hanno un forte impatto sull’economia ticinese e sulle sue aziende.Inoltre non si tratta di casi sporadici ed isolati ma di una tendenza che tocca tutti i settori dell’economia cantonale e che dovrebbe essere al centro dell’attenzione delle autorità cantonali e federali.Inoltre, conclude la nota, le associazioni economiche si attiveranno presso le autorità cantonali e federali affinché queste informazioni possano essere utilizzate nelle relazioni e nei negoziati con l’Italia.MM>>> Video: intervista al direttore della CCIA-Ti Luca Albertoni
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