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Charlie Hebdo, cinque anni dopo
Terrorismo e satira tornano sotto i riflettori con l’apertura del processo per l’attentato alla redazione della rivista francese nel gennaio 2015. Il giornalista Toscano: “Si riapre una ferita che non si è mai cicatrizzata”. E il coronavirus rischia di distogliere l’attenzione sulle attività terroristiche, nonché mettere a rischio i mezzi finanziari per combatterle
di Radio3i/ls

Si è aperto oggi in Francia il processo per l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo e l’attacco al supermercato kosher nel gennaio 2015., in cui morirono in totale 17 persone. Alla sbarra compariranno 14 persone, tutte accusate a livelli diversi di sostegno logistico ai tre killer - i fratelli Said e Cherif Kouachi, e Amédy Coulibaly - che per tre giorni terrorizzarono la Francia dopo essere uccisi dalla polizia. Il dibattimento durerà due mesi e mezzo e il processo sarà filmato per il suo “interesse nella costituzione di archivi storici”, ha fatto sapere la giustizia. La corte d’assise ascolterà 144 testimoni e 14 periti per determinare il ruolo degli imputati e quanti fossero al corrente degli attacchi del gennaio 2015.

Gli attacchi
Il 7 gennaio 2015 i fratelli Kouachi, jihadisti, hanno dato l’assalto a mano armata alla redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, in piena Parigi, uccidendo 12 persone durante la riunione di redazione. A perdere la vita, fra gli altri, i disegnatori storici della rivista, Cabu e Wolinski. I due killer riuscirono a fuggire. Il giorno dopo, un delinquente radicalizzato in carcere, Coulibaly, uccise una poliziotta a Montrouge, banlieue sud di Parigi, poi il 9 gennaio tolse la vita a quattro ebrei durante una presa di ostaggi in un supermercato di prodotti kosher. Morì nell’assalto sferrato dalle teste di cuoio antiterrorismo, mentre i Kouachi erano stati eliminati poco prima, dopo essersi asserragliati in una tipografia vicino alla capitale.

Foto Shutterstock
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Una ferita ancora aperta per la Francia
In vista dell’apertura del processo, il giornale satirico Charlie Hebdo ha ripubblicato un’edizione speciale con le vignette su Maometto che ironizzavano sul terrorismo islamico. Un processo che riapre una ferita in Francia, come sottolinea ai microfoni di Radio3i il giornalista italiano di stanza a Parigi Alberto Toscano. “Si riapre una ferita che non è mai stata cicatrizzata. Il problema delle banlieu e di una certa predicazione estremista islamica da parte di alcuni imam (marginali nell’insieme del paese, ma che hanno presa in alcune parti della popolazione di origine straniera), rischiano sempre di portare a momenti di tensione. La pagina dunque non è ancora completamente voltata e l’opinione pubblica francese è sensibile a questo processo”.

Si riapre una ferita che non è mai stata cicatrizzata, l’opinione pubblica francese è sensibile a questo processo

La strage alla Charlie Hebdo aveva “inaugurato” un lungo periodo di terrore di attentati in Francia e in Europa. Un periodo che, se non terminato, sembra perlomeno sospeso. Come mai? “Le ragioni per cui il terrorismo si è fatto in questi ultimi anni meno violento di prima sono anche dipendenti dalla forza con cui le nostre società si sono attrezzate per prevenire questo tipo di violenza” spiega ancora Toscano. “Dall’altro lato il terrorismo sembra essersi fatto meno pericoloso a causa dei colpi che le reti terroristiche hanno subito. Ma bisogna mantenere alta la guardia, il rischio c’è sempre e non dobbiamo dimenticarcelo”. Proprio negli scorsi giorni il governo francese ha reso noto che più di 8000 persone nel paese restano schedate a rischio radicalizzazione a carattere terroristico. La minaccia terroristica, ha sottolineato il ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin “resta estremamente elevata sul territorio” e la lotta contro il terrorismo islamico resta una delle grandi priorità del governo. “Non rinunceremo mai a dare la caccia senza tregua a questi nemici della Repubblica”, ha detto Darmanin.

Terrorismo e coronavirus
Il “colpo di grazia” è arrivato con il periodo di confinamento, in cui l’attenzione era tutta concentrata sul coronavirus e praticamente non si sono registrati attacchi da parte di cellule terroristiche. “C’è un documento dell’ISIS che sconsigliava attentati durante i periodi di lockdown principalmente perché i terroristi sarebbero stati facilmente reperibili in città deserte” sottolinea Massimo Introvigne, direttore del Centro studi sulle nuove religioni (Cesnur) ed esperto di terrorismo, ai microfoni di Radio 3i. “Di solito la folla è amica del terrorista, ma in questo caso non ci sarebbero stati assembramenti di persone da colpire” prosegue Introvigne. “Il terrorismo punta inoltre a intimidire gli avversari attraverso la proliferazione di notizie, che sarebbero passate in secondo piano rispetto alla pandemia. Abbiamo anche un testo scritto perché attentati non erano opportuni nel lockdown. È chiaro che quando si esce dal lockdown, il terrorismo (così come altre attività) ricomincerà le sue normali manifestazioni”.

C’è un documento dell’ISIS che sconsigliava attentati durante i periodi di lockdown principalmente perché i terroristi sarebbero stati facilmente reperibili in città deserte

Questo calo di attenzione può essere pericoloso? “Sarebbe pericoloso se l’intelligence, le cellule che si occupano di terrorismo fossero composte da sprovveduti. Mi auguro che non lo siano e che abbiano continuato il monitoraggio delle attività in rete, compreso l’internet profondo, e che quindi siano preparate ad una ripresa del terrorismo” aggiunge Introvigne. “Sicuramente anche gli uffici competenti hanno avuto qualche difficoltà durante il lockdown, ma immagino che lo smart working li abbia tenuti in vita. Vedo però un altro rischio. Le crisi economiche budgettarie possono spingere qualche Stato a depotenziare gli investimenti che si fanno sul fronte antiterroristico. Se ne sente parlare, ma sarebbe un grave errore. Il Covid sicuramente fa morti, ma morti ne fa anche il terrorismo”.

Charlie Hebdo, cinque anni dopo

Charlie Hebdo, la satira e quelle vignette controverse
La rivista Charlie Hebdo questa settimana ha marcato presenza, ripubblicando le famose vignette che avevano fatto infuriare i fondamentalisti islamici. “Non chineremo mai la testa, non rinunceremo mai” ha scritto il direttore di Charlie, Riss, nel numero pubblicato la vigilia del processo, la cui copertina riprende le caricature di Maometto. Una mossa troppo azzardata? Il professore Introvigne è decisamente contrario a questa scelta. “Bisogna distinguere due cose: la critica delle religioni è senz’altro legittima e fa parte della libertà di religione, che comprende la libertà di non credere o di criticare le religioni. Ma gli attacchi volgari, che riguardino Gesù Cristo o Maometto, non sono opportuni. Questa è un’opinione che credo si abbia il diritto di manifestare senza che si tema di essere considerati simpatizzanti dei terroristi. La seconda affermazione è che il credente che si sente offeso da manifestazioni di dileggio della propria religione, che vanno oltre la normale critica, potrà scrivere degli articoli, manifestare in piazza o rivolgersi ai tribunali, dove ci sono leggi contro le offese alle comunità religiose. Ma è chiaro che chi si fa giustizia da sé con il terrorismo non ha mai ragione, ha sempre torto e commette dei crimini più gravi di quelli che consistono nell’offendere o dileggiare le religioni altrui. Credo quindi che si possa essere serenamente contrari alle vignette di Charlie Hebdo, che ricordo pubblicò vignette ancora più offensive nei confronti di Gesù Cristo e della Madonna, e allo stesso esprimere la più ferma condanna dei terroristi”.

Foto Shutterstock
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Di parere opposto il vignettista grigionese Lulo Tognola: “La satira è un messaggio estremamente forte, che ha decapitato anche dei politici. Nel caso specifico ha creato una situazione non facile da gestire. Se i vignettisti di questa rivista hanno avuto ancora il coraggio di ripubblicare queste vignette significa che quello che è stato fatto a loro non è servito a nulla” ritiene Tognola. Sulla mossa di pubblicare le vignette o meno, l’illustratore invita alla prudenza. “Chi è toccato direttamente da queste tragedie avrà un giudizio diverso. Diciamo che la libertà della satira, così come quello della stampa, va assolutamente salvaguardata, anche se può creare dissensi e nel caso specifico dei morti per reazione. Bisogna comunque stare attenti. Personalmente come vignettista ho già subito anch’io, in modo assolutamente minore, dei rimproveri, denunce o lettere. Se comunque si ritiene che quanto fatto sia giusto farlo, bisogna difendere la posizione e il proprio lavoro. Se i vignettisti della rivista francese ritengono giusto fare quello che hanno fatto, lasciamoglielo fare. Ovviamente poi si devono affrontare le conseguenze”. Ma ci sono dei limiti per la satira? Fino a che punto ci si può spingere? “Se cominciamo a mettere dei veti alla libertà di esprimere un pensiero, stiamo facendo dei passi indietro. È una conquista che abbiamo raggiunto negli ultimi tempi, è fondamentale in una società come la nostra. Poi, ripeto, ci possono essere delle conseguenze perché non tutti la pensano allo stesso modo”.

Foto Cdt/Chiara Zocchetti
Foto Cdt/Chiara Zocchetti
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