
I cartelli visti a Pasquetta in alcuni distributori di carburante a Como non lasciano spazio a dubbi: «Benzina esaurita», con gli erogatori bloccati dal nastro adesivo. Sono le prime conseguenze dell’escalation in Medio Oriente, oppure si tratta di una pura casualità? La domanda è lecita, soprattutto alla luce dei campanelli d’allarme fatti risuonare negli scorsi giorni da Dan Jorgensen, commissario Ue all'Energia, e da Fatih Birol, direttore generale dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (Aie). Il primo, ricordiamo, ha affermato che «l’Unione europea deve prepararsi a una crisi energetica di lunga durata e sta valutando tutte le possibilità per affrontarla, compresi il razionamento del carburante e il rilascio di ulteriori riserve di petrolio»; il secondo che «la crisi causata dalla guerra in Medio Oriente è peggiore degli shock petroliferi del 1973 e del 1979 messi insieme».
«Non è il momento di gridare al lupo»
Siamo già a questo punto? «No, non siamo ancora in una fase di crisi per approvvigionamenti, ma i gestori di alcuni impianti di distribuzione hanno riscontrato alcuni disagi per via di problemi logistici a livello di consegne», ci spiega Bruno Bearzi, presidente della Federazione Italiana Gestori Impianti Stradali Carburanti (FIGISC). «Probabilmente», aggiunge, «c’è stata una sfasatura tra i consumi ordinari e quelli aumentati per via della paura di una crisi». Qui il riferimento è anche alla «corsa al pieno» incentivata dal taglio delle accise introdotto da Roma il 19 marzo e valido almeno fino al 1. Maggio. Una misura che, ricordiamo, prevede uno «sconto» di 24,4 centesimi di euro al litro per contenere la crisi petrolifera. A questo, per i «turisti ticinesi della benzina», si aggiunge il favore del cambio per il franco forte. Niente crisi quindi, almeno per ora. «Non è il momento di gridare al lupo», continua Bearzi, «anche perché con le scorte dovremmo essere coperti per due mesi». Insomma, conclude con una battuta il presidente della FIGISC, «non è ancora il momento di circolare con le targhe alterne».
Anche in Ticino «non c’è un problema di approvvigionamento»
Questo per quanto riguarda la vicina Penisola, ma in Ticino qual è la situazione? «Quello che succede in Italia non per forza si ripercuote nel nostro Cantone e in Svizzera: i carburanti in vendita in Svizzera arrivano per buona parte dal nord Europa, oltre confine invece si approvvigionano quasi esclusivamente da raffinerie italiane», ci spiega Boris Martinoni, CEO di ECSA Energy e portavoce dell’Associazione ticinese stazioni di servizio (ATSS). Al momento in Svizzera «non c’è un problema di approvvigionamento» e questo è dimostrato anche dalle decisioni federali. «Un’apposita commissione si ritrova ogni due settimane per decidere se liberare o meno le scorte di carburante: per ora non c’è bisogno di liberare queste riserve che sono obbligatorie per ogni distributore e coprono un fabbisogno di tre mesi», precisa Martinoni.
Chiesto l’intervento delle autorità
Ad oggi, quindi, da una parte e dall’altra del confine non c’è un problema di approvvigionamento. Resta il nodo del «turismo del pieno», anche perché i prezzi italiani sono nettamente favorevoli per i consumatori ticinesi grazie a un insieme di fattori: taglio delle accise e franco forte. «Il tasso di cambio aggiunge un 8% di differenza», ci confida il CEO di ECSA Energy, nonché portavoce dell’Associazione ticinese stazioni di servizio. Anche per questo «siamo intervenuti con le autorità federali e cantonali per chiedere di non ripetere l’errore del 2022 e intervenire tempestivamente al fine di non farci perdere clientela e rischiare la chiusura di alcune stazioni di servizio». Allora, ricordiamo, l’Italia introdusse un taglio delle accise per contrastare l’aumento dei prezzi dei carburanti legato alla guerra in Ucraina. Resta però difficile che le autorità elvetiche intervengano. «Solitamente preferiscono concentrarsi sui problemi nazionali e in questo caso il tema è più locale. Inoltre, l’economia rossocrociata è più stabile e implementare una misura come il taglio delle accise italiane richiederebbe un grande carico burocratico».
Situazione capovolta
I numeri però parlano chiaro: in Svizzera dall’inizio dell’escalation la benzina è aumentata in media di 25 centesimi, passando da 1.70 a 1.95 franchi al litro; di 40 centesimi invece il diesel, passando da 1.85 a 2.25 franchi al litro. Una differenza «data dalle quotazioni mondiali, quindi dalla risposta dei mercati. In questo momento c’è più preoccupazione per il gasolio e quindi l’aumento va in questo senso». Difficile al momento quantificare le perdite, ma certo è che «per chi opera nelle zone di frontiera è difficile: stanno perdendo volumi e clienti». Già, perché una volta i «turisti del pieno» viaggiavano in direzione della Svizzera, ora la situazione si è capovolta e vanno verso l’Italia. «Questo per noi è difficile da vivere», conclude Martinoni.

