
Fatta eccezione per il periodo pandemico il prodotto interno lordo ticinese (PIL), indicatore del motore economico cantonale, è in crescita. Nonostante questo altri indicatori danno un quadro a tinte fosche della situazione, anche perché la crescita economica non è andata egualmente a favore tutte le fasce della popolazione residente. I frontalieri rappresentano ben il 31% degli occupati su suolo cantonale. Il fenomeno della disoccupazione colpisce in misura maggiore il Ticino rispetto al resto del paese. Il salario mensile lordo standardizzato mediano ticinese e di circa 1.200 franchi inferiore a quello svizzero. In Ticino quasi un quarto delle persone vive in un’economia domestica con un reddito disponibile equivalente inferiore alla soglia di rischio di povertà. Anche se è statisticamente difficile dimostrarlo è evidente che, perlomeno sul lungo periodo, vi è in atto un effetto di sostituzione del personale residente.
Pur non essendo un economista a me sembra che il quadro non sia particolarmente esaltante. L'economia ticinese, con lodevoli eccezioni, è infatti stata costruita negli ultimi 30 anni per sfruttare il differenziale salariale e fiscale tra Svizzera e Italia. Ciò ha creato il substrato ideale per l'insediamento di aziende poco legate al territorio e che impiegano sopratutto manodopera frontaliera a basso costo, livellando verso il basso i salari dei residenti. Per i nostri giovani talenti il Cantone ha quindi perso attrattività. La politica economica grazie ad una fiscalità a pioggia, che ha parallelamente creato voragini nelle casse dello stato, ha steso i tappetini rossi senza alcun criterio qualitativo ad aziende di ogni tipo, anche quelle del settore della logistica che hanno riempito il cantone di capannoni per mettere in piedi un sistema di elusione fiscale poi duramente sanzionato dai paesi esteri toccati.
Errare è umano ma perseverare è diabolico. Il proverbio calza pennello sulla situazione economica ticinese dove è necessario un cambiamento di rotta importante. Da un lato va finalmente introdotta una fiscalità basata su criteri qualitativi: il livello salariale, l’impatto sul territorio e l'ambiente, i consumi energetici e il tasso di occupati residenti e dall’altro è evidente che bisogna al più presto mettere in atto una nuova politica salariale in cui le regolamentazioni statali siano maggiormente ampie e vincolanti. Oltre al salario minimo già in vigore grazie ai Verdi, che dovrà comunque essere alzato fin al massimo possibile secondo la legge federale, il Ticino necessiterebbe quindi di uno statuto speciale per poter introdurre delle misure nel mercato del lavoro più severe rispetto a quelle a livello nazionale: contratti collettivi obbligatori, salari minimi di tipo economico e/o controlli anti dumping molto più sistematici. Salari più elevati potrebbero finalmente favorire anche la riduzione del tempo di lavoro per tutti e tutte a favore della cura dei bambini o degli anziani, del volontariato associativo, politico o sportivo, dell'autoproduzione o dello scambio del tempo, tutte forme non monetarie ma che rafforzano la coesione di una comunità e possono essere un elemento interessante per ridurre i consumi e accorciare le filiere.
Oltre a salvaguardare e sostenere il tessuto economico delle piccole medie imprese legate al territorio, i settori su cui puntare sono quelli ad alto valore aggiunto che possono svilupparsi attorno a USI e SUPSI, quelli legati alla ricerca medica e farmaceutica, al settore sanitario, a quello delle nuove tecnologie (come l'intelligenza artificiale), in particolare anche quelli necessari alla transizione energetica (energie rinnovabili e efficienza energetica). Il tutto in un quadro finalmente orientato ad una economia circolare, all'efficienza energetica e ad un uso parsimonioso del territorio. Oltre ai settori ad alto valore aggiunto o legati alla transizione ecologica si dovrà puntare sul turismo dolce di qualità (anche se abbiamo sprecato l'occasione del parco nazionale) e sul settore primario ecologico in modo da garantirci una sana sovranità alimentare. Per questo la perdita di territorio agricolo di qualità va fermata e l'economia agricola di montagna va sostenuta maggiormente anche per poter convivere meglio con i grandi predatori, in particolare con il lupo. In questo senso sono da aumentare i sostegni finanziari per le misure di protezione (cani, pastori, recinzioni e uso di nuove tecnologie).
Matteo Buzzi, deputato uscente, candidato al Gran Consiglio n. 19, lista 14, Verdi del Ticino

