Natalia Ferrara
Mamme che (non) lavorano: perché si fa così fatica a cambiare
Redazione
01.03.2023 10:31

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Da anni mi impegno
per le pari opportunità in un ambiente rimasto sostanzialmente tradizionale,
dove mi si chiede sovente chi curi i miei figli quando sono in ufficio o in parlamento,
o, peggio, si fa leva sui sensi di colpa con frasi del tenore “ma i bimbi così
piccoli devono stare con la mamma!”, come se il papà, una bambinaia o un nido
non fossero soluzioni ma sofferenze.
Mi sono accorta che
i pregiudizi persistono anche in relazione ai congedi di maternità e paternità.
Purtroppo, molti ritengono che si tratti di una sorta di vacanza e non mancano
di farlo presente. Chissà perché, invece, la scuola reclute o i corsi di ripetizione
sono considerati un buon servizio e, pur durando ben più a lungo, non vengono
mai messi in discussione. Sia chiaro: io non sono contraria all’esercito, anzi,
solo non capisco perché un impegno importante come quello della genitorialità
incontri ancora così tanti ostacoli.
Eppure, tutti sanno
o dovrebbero sapere che i bambini hanno migliori prospettive di vita e i
genitori bilanciano meglio il lavoro e gli altri impegni proprio in quei Paesi
con politiche complete e concrete in favore delle famiglie. Penso ad esempio al
congedo parentale retribuito, al sostegno per l’allattamento al seno, all’assistenza
all’infanzia e all’educazione prescolare a prezzi accessibili e di alta
qualità.
In Ticino, circa la
metà delle mamme non lavora. O meglio, non lavora fuori casa. Per alcune è una
legittima scelta, non per tutte però. Tra quelle occupate professionalmente circa
una su tre è attiva a meno del 50%, e, anche in questo caso, in genere non per
scelta. La maggior parte delle madri sono costrette a rivedere il modello
occupazionale a seconda dell’offerta prescolare e, diciamocelo, anche nei
Comuni più virtuosi la coperta è ancora troppo corta.
Non è solo ingiusto
ma anche dannoso per la collettività. Congedi, flessibilità, soluzioni di accudimento
a costi ragionevoli e via narrando, si traducono in maggior benessere
individuale e familiare, permettendo anche una migliore gestione del tempo.
Le ricadute
positive sono su più fronti: chi lavora di più, e riesce ad organizzarsi
meglio, ha maggiore potere di acquisto. In poche parole, nel tempo si hanno più
famiglie che pagano imposte e possono spendere, senza beneficiare di sussidi e
assegni. Una migliorata condizione che si traduce spesso anche in maggiore
soddisfazione, in meno episodi di malattia e di assenza dal lavoro, e, in generale,
in un futuro più sicuro e solido sia per i genitori sia per i figli. Questi
ultimi crescono in economie domestiche con più mezzi disponibili e meno ansie
economiche a perturbarne la serenità, con ricadute positive anche sui percorsi
scolastici, sul rendimento e sugli sbocchi professionali. Sì, perché,
tutt’oggi, l’origine sociale e culturale di una famiglia ipoteca il futuro dei
figli.
Anche le aziende
hanno vantaggi: fidelizzare i dipendenti, attrarne di nuovi, talentuosi, che
guardano all’insieme delle condizioni di lavoro e non solo al salario. Ma anche
maggiore produttività e, non meno importante, maggiore sostenibilità e buona
reputazione.
E allora perché si
fa così fatica a cambiare e a migliorare? Forse perché la cultura politica
prevalente rimane a stereotipo maschile tanto che anche alcune donne elette,
per timore di non essere accettate, fanno, alla fine, discorsi ancora più
sessisti dei colleghi uomini, partendo da banalità come “volere è potere”, “le
donne che vogliono, ce la fanno”, ecc., scaricando così ancora una volta sulle
spalle delle donne il peso di non farcela o di fare davvero troppa fatica a
conciliare tutto.
Spesso in parlamento
ci siamo contati sulle dita di una mano quando si è trattato di votare piccoli
passi avanti nel mondo complesso della conciliabilità lavoro – famiglia. In
questa campagna elettorale, mi pare che in diversi cavalchino l’onda e, se
eletti, mi auguro sapranno davvero tradurre i buoni auspici in politiche
concrete in favore delle famiglie, ossia, della società.
Natalia Ferrara,
avvocato, deputata e candidata al Gran Consiglio per il PLR

