
Da anni mi impegno per le pari opportunità in un ambiente rimasto sostanzialmente tradizionale, dove mi si chiede sovente chi curi i miei figli quando sono in ufficio o in parlamento, o, peggio, si fa leva sui sensi di colpa con frasi del tenore “ma i bimbi così piccoli devono stare con la mamma!”, come se il papà, una bambinaia o un nido non fossero soluzioni ma sofferenze.
Mi sono accorta che i pregiudizi persistono anche in relazione ai congedi di maternità e paternità. Purtroppo, molti ritengono che si tratti di una sorta di vacanza e non mancano di farlo presente. Chissà perché, invece, la scuola reclute o i corsi di ripetizione sono considerati un buon servizio e, pur durando ben più a lungo, non vengono mai messi in discussione. Sia chiaro: io non sono contraria all’esercito, anzi, solo non capisco perché un impegno importante come quello della genitorialità incontri ancora così tanti ostacoli.
Eppure, tutti sanno o dovrebbero sapere che i bambini hanno migliori prospettive di vita e i genitori bilanciano meglio il lavoro e gli altri impegni proprio in quei Paesi con politiche complete e concrete in favore delle famiglie. Penso ad esempio al congedo parentale retribuito, al sostegno per l’allattamento al seno, all’assistenza all’infanzia e all’educazione prescolare a prezzi accessibili e di alta qualità.
In Ticino, circa la metà delle mamme non lavora. O meglio, non lavora fuori casa. Per alcune è una legittima scelta, non per tutte però. Tra quelle occupate professionalmente circa una su tre è attiva a meno del 50%, e, anche in questo caso, in genere non per scelta. La maggior parte delle madri sono costrette a rivedere il modello occupazionale a seconda dell’offerta prescolare e, diciamocelo, anche nei Comuni più virtuosi la coperta è ancora troppo corta.
Non è solo ingiusto ma anche dannoso per la collettività. Congedi, flessibilità, soluzioni di accudimento a costi ragionevoli e via narrando, si traducono in maggior benessere individuale e familiare, permettendo anche una migliore gestione del tempo.
Le ricadute positive sono su più fronti: chi lavora di più, e riesce ad organizzarsi meglio, ha maggiore potere di acquisto. In poche parole, nel tempo si hanno più famiglie che pagano imposte e possono spendere, senza beneficiare di sussidi e assegni. Una migliorata condizione che si traduce spesso anche in maggiore soddisfazione, in meno episodi di malattia e di assenza dal lavoro, e, in generale, in un futuro più sicuro e solido sia per i genitori sia per i figli. Questi ultimi crescono in economie domestiche con più mezzi disponibili e meno ansie economiche a perturbarne la serenità, con ricadute positive anche sui percorsi scolastici, sul rendimento e sugli sbocchi professionali. Sì, perché, tutt’oggi, l’origine sociale e culturale di una famiglia ipoteca il futuro dei figli.
Anche le aziende hanno vantaggi: fidelizzare i dipendenti, attrarne di nuovi, talentuosi, che guardano all’insieme delle condizioni di lavoro e non solo al salario. Ma anche maggiore produttività e, non meno importante, maggiore sostenibilità e buona reputazione.
E allora perché si fa così fatica a cambiare e a migliorare? Forse perché la cultura politica prevalente rimane a stereotipo maschile tanto che anche alcune donne elette, per timore di non essere accettate, fanno, alla fine, discorsi ancora più sessisti dei colleghi uomini, partendo da banalità come “volere è potere”, “le donne che vogliono, ce la fanno”, ecc., scaricando così ancora una volta sulle spalle delle donne il peso di non farcela o di fare davvero troppa fatica a conciliare tutto.
Spesso in parlamento ci siamo contati sulle dita di una mano quando si è trattato di votare piccoli passi avanti nel mondo complesso della conciliabilità lavoro – famiglia. In questa campagna elettorale, mi pare che in diversi cavalchino l’onda e, se eletti, mi auguro sapranno davvero tradurre i buoni auspici in politiche concrete in favore delle famiglie, ossia, della società.
Natalia Ferrara, avvocato, deputata e candidata al Gran Consiglio per il PLR

