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Matteo Quadranti
La responsabilità dell’élite politica
Redazione
4 anni fa
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La globalizzazione impone conformità alle logiche di mercato. La crisi finanziaria del 2008, la successiva Recessione ed il Covid -19 ci hanno relegato al perimetro di quello che la Thatcher negli anni ’80 aveva definito il TINA (There Is No Alternative, non c’è alternativa). Politica e necessità non fanno però una bella coppia. Disaccordi e confronti sono il sale della democrazia in quanto “regno del possibile”. Di fronte alla globalizzazione i sovranisti hanno riacceso il fuoco mitico della nazione mentre i populisti hanno riacceso il mito della volontà popolare nella terribile semplificazione di un antagonismo “popolo” contro “élite”. Davanti al Covid-19 si sono poi riscoperti, a causa dei social media e della rete (con la loro proliferazione di fatti ed interpretazioni platealmente false), i negazionisti e i complottisti. Una frantumazione a-democratica e una confusione tra realtà e invenzione, tra fatti e valori. Come possiamo recuperare - in questo marasma poco o per nulla costruttivo – la dimensione del possibile e del senso all’interno del mondo reale? Un mondo reale che anche nel nostro Ticino non è fatto della narrazione domenicale (ormai trasversale), per fare un esempio, dei capannoni ma di industrie e centri di competenza che creano ricchezza e posti di lavoro, non è fatto solo del “nemico” frontaliere che ruba il lavoro ma anche di lavoratori di cui abbiamo bisogno per non soccombere in certi settori (sanitario in primis). Come riportare il cittadino alla lettura oggettiva di fatti e dati statistici per cui da 35'000 frontalieri si è passati al doppio, ma per necessità, e riducendo comunque il tasso di disoccupazione nel Cantone. Frontalieri a cui nemmeno i primanostristi hanno davvero voluto opporsi nei fatti. Noi siamo, come uomini, inevitabilmente immersi nel presente: il passato che non torna non può essere un vincolo ineludibile per costruire ciò che sarà. Questo è il compito della Politica e del politico alla Max Weber. Il Novecento ha promosso il rafforzamento della democrazia liberale: il più potente generatore di mondi possibili che siamo riusciti ad inventare come esseri umani. Ed ora? Quanto la stiamo bistrattando? Cosa e chi ha bloccato irresponsabilmente la serratura del possibile? Per ridare impulso alla politica come “visione” non si può salvaguardare solo ordine e consenso (compiacimento) popolare. I cittadini devono partecipare, farsi carico di questa interrogazione collettiva non delegando ad un qualche leader ma semmai ad una élite responsabile e sana. Una élite che deve assimilare – per etica della responsabilità e non della mera convinzione - tutta la conoscenza fattuale e causale rilevante anche grazie all’apporto di esperti e scienziati. Sapere come funziona il mondo è un requisito indispensabile per agire perché il fine non sempre giustifica i mezzi: tutto dipende dal valore del fine, dalla natura dei mezzi, dagli effetti collaterali indesiderati. Il futuro va inventato non partendo solo dalle necessita del presente come se TINA fosse un mantra. “Yes we can” (Obama), “Wir schaffen das” (Merkel) sono stati slogan proiettati al futuro che tentano di traghettarci verso l’avvenire, molto più che un “America Great Again” che di fatto è una retrotopia, ossia una utopia di ritorno ad un passato illusorio. Negli ultimi decenni sono nate delle ideologie monotematiche (populismo, sovranismo) fondate su convinzioni sommarie delle conoscenze, su passioni e rabbie anti-qualcuno o qualcosa, su percezioni avulse dalla statistica. Oggi abbiamo però una nuova prospettiva attraverso cui guardare il mondo: la sostenibilità. Questa nuova meta-cornice ci deve riportare la politica, nella misura in ci riguarda tutti e anche quelli che verranno, sui binari della responsabilità. In una prospettiva razionalista etico illuminista. Siamo in uno di quei momenti in cui nuove idee e visioni possono far scattare gli “scambi” della storia, imprimendo un nuovo sviluppo. Non possiamo permetterci di perdere l’occasione.

Matteo Quadranti, candidato al Gran Consiglio per il PLR

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