“Siamo ancora nel tunnel, servono chiusure”
Il dottor Christian Garzoni lancia un appello alle autorità per ridurre l’afflusso di pazienti in ospedale: “Il vaccino dà speranza ma dobbiamo resistere”
di Radio3i/MJ
“Siamo ancora nel tunnel, servono chiusure”
Foto © CdT/Gabriele Putzu

A un anno esatto dal primo decesso per Covid in Cina, il direttore sanitario della Clinica Moncucco Christian Garzoni lancia, insieme al mondo sanitario, un ulteriore appello alla politica, visti i numeri che, nonostante occasionali abbassamenti come quelli odierni, non sembrano diminuire: “È un ribadire una situazione d’emergenza che si protrae ormai da settimane”, ha spiegato Garzoni ai colleghi di Radio3i, “Una situazione di emergenza che sta esaurendo le energie negli ospedali e che ci confronta quotidianamente con dei decessi. Adesso fortunatamente abbiamo una luce in fondo al tunnel: questo vaccino permetterà di ridurre considerevolmente le persone in ospedale e i morti. Quindi, proteggiamo ora più che mai le persone a rischio aumentando la velocità di distribuzione del vaccino ma anche chiudendo ulteriormente, onde evitare oltre ai decessi anche l’afflusso di pazienti in ospedale”.

C’è ancora spazio di manovra o bisognerebbe adottare la linea dura, con un nuovo lockdown?
“Purtroppo, nonostante le restrizioni vediamo che i numeri delle persone ricoverate sono stabili o in lento aumento, cosa che sta esaurendo le energie degli ospedali. Abbiamo aumentato i posti disponibili in cure intense, quasi oltre quanto ragionevole. Qualcosa in più bisogna fare perché osserviamo che quanto fatto fino ad adesso è insufficiente. Anche la responsabilità individuale non basta più. Non possiamo tenere per mesi questo livello, rubando posti letto e posti in cure intense a chi ha altre malattie, drenando inoltre le energie di chi lavora. Questa è una considerazione che va avanti da mesi: io sono medico e vedo i numeri degli ospedali, è poi la politica che deve valutare e decidere come agire”.

Quanto manca al “decidiamo chi curare e chi no”, come in altre nazioni?
“La prospettiva non è solo quella, è di avere abbastanza posti per tutti, sia pazienti Covid che non Covid. Ricordo che c’è il tema delle qualità delle cure: con 50 posti in più, creati dal nulla, è chiaro che non si può avere la stessa qualità come se avessimo i ‘classici’ posti di cure intense. Quindi non è solo una questione di ‘chi ha accesso e chi no’, cosa che potrebbe diventare un problema nel prossimo futuro, ma anche il tema della qualità delle cure e il fatto che dovremo forse trasferire pazienti fuori cantoni. Prima di arrivare lì però è chiaro che qualcosa in più si dovrà fare e spero che verrà fatto”.

Un anno fa la Cina registrava il primo decesso legato a quest’influenza “particolare”. Cosa è cambiato in questi 365 giorni? Ci sono analogie con quel tempo così lontano?
“In realtà la mia impressione, così come penso per tutti, è di essere stati trasportati in un’altra era, l’era ‘post-Covid’. Pensiamo solo come sono cambiati nella nostra quotidianità i contatti con le persone, la solitudine, il distanziamento, la vita con le mascherine. È stato un anno particolare, segnato purtroppo da tanta sofferenza e tanti morti, soprattutto quando non sapevamo nulla della malattia. Io penso che siamo ancora in una fase molto critica e difficile ma dove si vede una prospettiva positiva: il fatto di essere riusciti a creare un vaccino con una buona efficacia nella prevenzione dei casi gravi e dei decessi è qualcosa di quasi miracoloso, quando i tempi per la creazione di un vaccino in passato erano di anni. Quindi la mia è una visione di speranza ma siamo ancora nel tunnel e dobbiamo tenere duro tutti insieme”.

L’omologazione del vaccino di Moderna appare vicina. Quanto dovremo attendere?
“Queste sono considerazioni che competono piuttosto all’UFSP, perché la cosa dipende dopo l’approvazione da parte di Swissmedic sia dalla distribuzione di Moderna alla Confederazione che dalla capacità di distribuzione dei singoli cantoni. Il Canton Ticino è pronto, penso che quindi la palla sia nel campo della Confederazione e che tutti stiano aspettando”.

L’interrogativo principale oggi è l’efficacia dei vaccini su questa nuova variante inglese, cosa può dirci?
“Come abbiamo imparato il Covid porta con sé tante domande che non sempre hanno subito una risposta. L’impressione degli esperti è che questa variante inglese non vada a cambiare la parte del virus a cui rispondono gli anticorpi creati dal vaccino, quindi in teoria il vaccino attuale dovrebbe coprire anche la variante inglese. Però è vero che i virus sono organismi che mutano, prendiamo l’influenza: ogni anno arriva un’influenza diversa, quindi oggi non si può escludere che il Covid diventerà una malattia che conviverà con l’essere umano, mutando ogni tanto e tendendo a sfuggire ai vaccini presenti. Quindi la battaglia potrebbe diventare simile quella che stiamo conducendo contro altri virus: adattare a intervalli il vaccino ai ceppi che stanno circolando. Però ad oggi su questo non abbiamo una risposta, così come non sappiamo quanto dura l’immunità, sia dopo il vaccino che in chi ha contratto la malattia. Avremo una risposta nei prossimi mesi”.

Abbiamo parlato del vaccino. E la cura?
“La prevenzione data dal comportamento con la distanza sociale e le mascherine e dal vaccino è la cura migliore per il Covid. Chi oggi ha il Covid viene curato in maniera sicuramente migliore rispetto a come facevamo in marzo, quando non conoscevamo nulla. Sappiamo che le terapie con il cortisone bloccano certe infiammazioni importanti che hanno questi pazienti e permettono, in alcuni casi, di controllarla meglio. L’antivirale Remdesivir, che sembrava abbastanza miracoloso, in realtà ha un’efficacia relativamente limitata. L’uso degli antitrombotici ha ridotto le complicazioni. Ma dobbiamo essere chiari: il farmaco miracoloso, contro il Covid, oggi non c’è ancora e purtroppo la mortalità di chi è ricoverato è simile adesso come in marzo attorno al 14%. Quindi continuare tutti ad agire per la prevenzione, sia nel quotidiano rispettandole le misure, con mascherine e regole d’igiene, sia con il vaccino quando sarà disponibile. Per questo invito tutti a vaccinarsi: per chi è a rischio perché il vaccino è un salvavita, riducendo il rischio di complicazioni gravi fino al 5-10% del rischio originario. Per gli altri invece invito a uno sforzo di solidarietà per ridurre la trasmissione del virus e proteggere ulteriormente gli altri, magari la nonna o l’amico di 60 anni, che potrebbero finire in ospedale”.

A distanza di un anno cosa ancora non sappiamo di questo virus?
“Le domande aperte sono molte, in parte ne ho già parlato: la parte immunologica, ovvero per quanto tempo chi è stato contagiato o vaccinato verrà protetto è un grosso tema. Non conosciamo ancora il perché alcune persone tendono a vivere questi fenomeni dove il sistema immunitario diventa estremamente aggressivo, sia verso il virus che verso il proprio corpo. Non abbiamo ancora un farmaco efficace per bloccare il virus appena arriva, una specie di “antivirus”. Stiamo purtroppo studiando adesso gli effetti a lungo termine dei casi gravi e delle loro complicazioni, che restano per mesi o forse anni. Infine, non sappiamo come il Covid tenderà ad evolvere assieme all’umanità, cioè se sarà un evento isolato e poi sparirà o, come sembra più probabile, continuerà ad accompagnarci nei prossimi anni. Queste sono alcune domande, ce ne sono altre: è chiaro che la scienza medica fa tutto il possibile ma molti interrogativi restano. Concludo però ribadendo che molto fortunatamente sappiamo come prevenirlo a livello individuale e abbiamo adesso un vaccino efficace”.

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