Ticino
Materiale bellico: «Con un no, 160 mila impieghi a rischio»
Redazione
06.11.2026 20:30

Un «sì» per la sicurezza della Svizzera, la neutralità e l'industria ticinese: è sceso in campo oggi il comitato favorevole a un allentamento della Legge sul materiale bellico, in votazione il 29 novembre – Il rischio è che le aziende del settore si trasferiscano altrove, spiegano i sostenitori
L'incontro. È alla Camera di Commercio ticinese che oggi i
rappresentanti di Centro PLR e UDC, insieme all'Economia, hanno spiegato perché
dire «sì» alla modifica di legge che permetterà di esportare materiale bellico
a 36 Stati partner, anche se implicati in un conflitto armato.
Neutralità e interesse di sicurezza della Svizzera permettendo. «L'attuale
divieto danneggia l'industria, necessaria - secondo i favorevoli - per un Paese che
vuole essere in grado di difendersi».
La dichiarazione. «Diversi Paesi hanno già comunicato e
minacciato di non più voler far capo a forniture da parte di aziende svizzere,
qualora questo divieto dovesse essere mantenuto», rileva Fabio Regazzi, consigliere agli Stati del Centro e presidente dell'USAM. «Le aziende svizzere non hanno molte possibilità, si
vedrebbero confrontate con una riduzione degli ordini o, per evitare questo problema, dovrebbero trasferirsi all'estero».
L'avvertimento. Presente in conferenza stampa anche Maria Luisa Bernini, segretaria
generale dell'associazione che rappresenta le aziende ticinesi attive nel
settore delle attrezzature per la difesa e per la sicurezza, che avverte: 160 mila posti di lavoro in Svizzera potrebbero andare persi. «Nel settore della difesa sono pochissime le
aziende che lavorano e sarebbero obbligate a portare la loro
produzione all'estero. Questo significherebbe portare anche posti di lavoro, sarebbe una perdita enorme per tutta la filiera e per la Svizzera».

