Giovanni Albertini
La politica ticinese non è più al passo con i tempi e con i bisogni della nostra gente
Redazione
05.11.2026 10:46

Foto: © Gabriele Putzu
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L'opione di Giovanni Albertini
Ci sono giorni in cui, uscendo dal Gran Consiglio, mi
domando se abbiamo davvero fatto un passo avanti per il Ticino o se abbiamo
soltanto aggiunto altre parole a problemi che conosciamo da anni.
Ma c’è una domanda che mi tormenta ancora di più: perché
siamo così pronti a finanziare le conseguenze dei problemi e così poco
determinati ad affrontarne le cause?
Il Cantone continua a confrontarsi con conti in
difficoltà, mentre cresce la pressione sulle prestazioni sociali e sui sussidi
di cassa malati. Continuiamo a discutere di risparmi, nuove entrate e misure di
risanamento, ma troppo poco di come evitare che sempre più persone debbano
ricorrere all’aiuto dello Stato.
Sia chiaro: chi ha bisogno deve essere sostenuto. Ma una
politica che si limita a finanziare le difficoltà senza prevenirle rischia di
trasformare l’emergenza in un sistema permanente.
Abbiamo imparato a calcolare quanto costa aiutare una
persona in difficoltà, ma ci chiediamo troppo raramente quanto ci sia costato
lasciarla arrivare fino a quel punto.
Pensiamo a chi perde il lavoro a cinquantacinque anni.
Possiamo sostenerlo economicamente, ma senza migliorare il collocamento, la
riqualificazione e il rapporto con le aziende rischiamo di accompagnarlo da una
prestazione all’altra, anziché restituirgli autonomia.
Lo stesso vale per la sanità, dove continuiamo a
discutere di costi e finanziamenti senza dedicare sufficiente attenzione alla
prevenzione, all’organizzazione delle cure e alle inefficienze.
Con Avanti con Ticino&Lavoro abbiamo presentato
proposte su questi temi, dalla riforma degli URC al sostegno ai disoccupati più
anziani, fino all’efficienza del sistema sanitario. Non pretendiamo di avere
tutte le risposte, ma crediamo che la politica debba finalmente cambiare
metodo.
E invece troppo spesso ci perdiamo in discussioni
interminabili, interventi ripetitivi e procedure che rallentano le decisioni.
Se vogliamo uno Stato più efficiente, dobbiamo rendere più efficiente anche la
politica che lo governa.
Fuori dal Parlamento, con l’associazione
Ticino&Lavoro, aiutiamo gratuitamente persone in cerca d’impiego e
promuoviamo percorsi formativi, tra cui corsi di tedesco per i quali destiniamo
10’000 franchi annui delle nostre indennità politiche. Piccoli interventi,
certamente, ma che dimostrano la volontà di trasformare le parole in qualcosa
di concreto.
La mia preoccupazione più grande, però, non riguarda
soltanto i conti pubblici. Riguarda ciò che non compare in nessun bilancio: la
perdita della speranza.
Penso a chi, dopo decine di candidature, comincia a
sentirsi inutile. A chi lavora ogni giorno ma fatica ad arrivare alla fine del
mese. Ai giovani che studiano, si impegnano e non riescono comunque a
immaginare un futuro sereno.
E penso alle coppie che vorrebbero costruire una
famiglia, ma continuano a rimandare. Non soltanto per ragioni economiche, ma
anche per la crescente pressione psicologica e sociale, per i ritmi di lavoro,
per la difficoltà di conciliare vita professionale e privata, per quella
sensazione di vivere costantemente sotto pressione, senza il tempo e la
serenità necessari per progettare il domani.
Siamo arrivati al punto in cui, per molti, mettere al
mondo un figlio non è più soltanto una scelta di vita, ma una decisione
accompagnata da paure, rinunce e incertezze.
Che futuro può avere un Cantone nel quale costruire una
famiglia rischia di diventare un privilegio?
Non possiamo continuare a parlare del futuro del Ticino
dimenticandoci di chi quel futuro dovrebbe costruirlo. Perché una società che
non offre più la tranquillità di vivere, crescere dei figli e guardare avanti
con fiducia non rischia soltanto di impoverirsi. Rischia di perdere il proprio
futuro.
Non intendo chiamarmi fuori dalle responsabilità. Faccio
parte anch’io del sistema che critico e so bene che cambiare le cose è molto
più difficile che denunciarle. Ma proprio per questo sento il dovere di
provarci.
Non voglio un Ticino sempre più bravo a finanziare le
proprie difficoltà e sempre meno capace di superarle.
Voglio un Ticino che torni a prevenire, a creare
opportunità, a dare fiducia. Dove chiedere aiuto rimanga un diritto, ma vivere
dignitosamente senza doverlo chiedere sia una possibilità concreta. Dove chi
desidera costruire una famiglia possa farlo senza dover scegliere continuamente
tra serenità e sacrifici.
Perché la vera domanda non è soltanto quanto ci costerà
il Ticino di domani. È se stiamo facendo abbastanza perché domani ci sia ancora
un Ticino nel quale valga la pena costruire la propria vita.
Giovanni Albertini, deputato al Gran Consiglio per Avanti con
Ticino&Lavoro

