Usman Baig
Investire nella pace e nella cooperazione: un NO consapevole il 29 novembre
Red. Online
07.11.2026 19:39

L'opinione di Usman Baig, economista aziendale SUP e membro Comitato cantonale I Verdi
Oggi è vietato esportare materiale bellico, commercio di armi e
munizioni svizzeri verso paesi coinvolti
in conflitti internazionali o guerre civili; la revisione concederebbe al
Consiglio federale, a determinate condizioni, un maggiore spazio di manovra.
Queto indebolimento delle regole permetterebbe di vendere e trasferire armi
svizzere ai regimi totalitari e Stati anti democratici. Si tratta di una
revisione contrario all’etica e ai valori svizzeri.
Questa votazione ci fornisce un momento
straordinario per riflettere sui veri temi - il rapporto tra economia ed etica,
tra interesse nazionale e responsabilità internazionale, tra ciò che possiamo
fare e ciò che, in coscienza, dovremmo fare.
La Svizzera deve creare occasioni di
dialogo, organizzare negoziati tra le parti, mettere a disposizione i propri
buoni uffici, aumentare la cooperazione internazionale e parlare con i partner
coinvolti nei conflitti.
Se il Paese diventa più permissivo nell'esportare
il materiale bellico rischia di perdere credibilità. Se
contribuisce ad alimentare i conflitti, anche solo in modo indiretto, sarà
difficile che venga riconosciuto come mediatore imparziale o promotore di pace.
Il nostro Paese fonda su una solida tradizione umanitaria - nel 1859 il
ginevrino Henry Dunant, vide donne del posto curare i soldati di entrambi gli
schieramenti a Solferino ripetere “Tutti fratelli”. Da quella scena
nacquero la Croce Rossa e le Convenzioni di Ginevra, e nel 1901 Dunant
ricevette il primo Premio Nobel per la Pace. Moltre altre personalità svizzere
hanno espresso pensieri simili in modo diverso - Friedrich Dürrenmatt, nei Fisici,
raccontò di scienziati che capiscono troppo
tardi che non possono cancellare quello che sanno.
Denis de
Rougemont, scrittore e filosofo svizzero, pensava che solo la cooperazione tra
i popoli potesse durare al posto del nazionalismo armato.
Il premio
Nobel per la letteratura Carl Spitteler, nel 1914, disse ai suoi concittadini
di restare uniti nonostante le divisioni e di non lasciarsi trascinare
dall’odio dei popoli vicini. Pestalozzi vedeva il futuro dei popoli
nell’educazione e nella formazione, non nella forza.
Questo
unisce i nostri saggi: la Svizzera ha peso nel mondo per quello che
costruisce nella pace e nei rapporti tra popoli, non per quello che vende come
materiale bellico.
Dobbiamo continuare a
lavorare per una pace che duri, usando i mezzi che conosciamo: la mediazione
e la diplomazia che fermano i conflitti prima che inizino.
Dobbiamo creare
collaborazione, aiutando i Paesi più deboli con progetti comuni di ricerca,
formazione, attenzione all’ambiente e crescita economica. Dobbiamo anche
puntare sullo sviluppo, portando acqua, energia pulita, cure e scuole dove non
ci sono. Così il nostro sapere e la
nostra innovazione salvano vite invece di distruggerle. Queste sono capacità
molto umane e, come un frutteto, hanno bisogno di tempo, cura e pazienza.
Soprattutto serve la forza di non svenderle per un guadagno facile.
Dire NO il 29 novembre vuol dire ricordare da
dove veniamo: da Dunant, non dai trafficanti di armi; da Pestalozzi, non dai
capi delle guerre. Vuol dire tenere viva una piccola speranza, così che un
giorno qualcuno possa dire di noi quello che Nobel voleva si dicesse di lui: che
abbiamo lavorato per la fratellanza tra i popoli.
Usman Baig, economista aziendale SUP e membro Comitato cantonale I Verdi.

