Sara Rossini
Il Ticino vuole davvero il ritorno dei suoi talenti? O soltanto parlarne?
Redazione
08.11.2026 17:01

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L'opinione di Sara Rossini, CEO Fill-Up
Continuiamo
a chiederci perché tanti giovani lasciano il Ticino e non rientrano. Ma forse
dovremmo iniziare a domandarci cosa succede a quelli che vorrebbero tornare,
portando nuove idee e nuovi progetti.
La fuga dei
talenti dal Ticino è ormai un tema ricorrente. Si organizzano conferenze,
dibattiti e tavole rotonde per capire perché tanti giovani, dopo un'esperienza
nella Svizzera tedesca o francese, decidano di non rientrare. Le risposte sono
quasi sempre le stesse: salari poco competitivi, opportunità limitate, scarse
prospettive di carriera.
Tutte questioni
reali. Ma siamo sicuri che il problema sia soltanto questo?
E se la
difficoltà fosse anche la resistenza a lasciare spazio a chi vorrebbe creare
nuove opportunità?
In questi anni
sono stata contattata da diversi giovani adulti, tra i 30 e i 40 anni, che
vorrebbero rientrare in Ticino dopo aver maturato esperienze professionali
fuori Cantone. Non cercano necessariamente un impiego, vorrebbero sviluppare
progetti imprenditoriali, introdurre servizi innovativi, creare qualcosa di
nuovo. Eppure, tentando di farlo, hanno incontrato ostacoli importanti. Non
tanto legislativi o amministrativi, quanto legati alla difficoltà di trovare
sostegno concreto e interlocutori realmente disposti a fare spazio a qualcosa
di diverso.
Alcuni mi hanno
chiesto come fossi riuscita a sviluppare un progetto imprenditoriale innovativo
in Ticino, dove loro avevano trovato così tante porte chiuse.
Una domanda che
mi ha fatto riflettere. Perché conosco bene quella realtà.
In Ticino le
idee innovative vengono spesso accolte con entusiasmo. Almeno finché rimangono
idee.
Si ricevono
complimenti, incoraggiamenti, dichiarazioni di interesse e disponibilità a
collaborare. Tutti sostengono l'innovazione e riconoscono l'importanza del
cambiamento.
Poi però arriva
il momento di passare dalle parole ai fatti. Quando un progetto entra in un
settore già presidiato o rischia di mettere in discussione equilibri
consolidati, l'entusiasmo iniziale può trasformarsi in rinvii, risposte vaghe e
porte che, senza essere formalmente chiuse, diventano sempre più difficili da
attraversare.
Perché
sostenere l'innovazione è facile, finché non tocca i propri interessi.
Un sistema che
tende a proteggere ciò che esiste, anziché favorire il confronto con ciò che
potrebbe nascere, rischia di non evolvere. Senza una vera concorrenza viene
meno anche uno dei principali stimoli al miglioramento.
L'esperienza e
le competenze hanno un valore enorme. Ma l'esperienza non dovrebbe diventare
un diritto acquisito a occupare uno spazio per sempre, e l'innovazione non
dovrebbe dover chiedere il permesso a chi quello spazio lo occupa già.
Lo dico anche
sulla base della mia esperienza imprenditoriale. Sviluppare qualcosa di nuovo
richiede competenze, determinazione e una buona dose di ostinazione. Non basta
avere un'idea valida: bisogna essere pronti a difenderla, continuamente.
Io continuo a
farlo. Ma mi chiedo quante persone, magari altrettanto preparate e con progetti
interessanti, abbiano rinunciato lungo il percorso. E quante opportunità abbia
perso il Ticino senza nemmeno rendersene conto.
Perché ogni
progetto che non riesce a nascere potrebbe significare posti di lavoro non
creati, competenze che rimangono altrove e risorse che non vengono investite
nel nostro territorio.
Certamente
esistono realtà ticinesi che sostengono concretamente l'innovazione. Ma
rappresentano un modello diffuso oppure ancora delle eccezioni?
Forse, invece
di organizzare l'ennesima conferenza per capire perché i giovani non rientrano,
dovremmo iniziare ad ascoltare quelli che hanno provato a farlo. Quelli che
avevano un progetto, hanno bussato alle porte del territorio e, nonostante le
dichiarazioni di sostegno, non sono riusciti a realizzarlo.
Non possiamo
chiedere ai giovani di tornare per costruire il futuro del Ticino, se poi
pretendiamo che lo facciano senza cambiare nulla del presente.
Il problema non
è soltanto convincerli a rientrare, ma creare le condizioni affinché possano
davvero costruire qualcosa di nuovo.
E questo
significa anche essere disposti a rinunciare a un pezzetto del proprio
giardino, anziché continuare a difendere ciò che si è sempre considerato di
propria esclusiva competenza.
Sara Rossini, CEO Fill-Up

