Christian Fini
I signori della guerra
Redazione
04.11.2026 10:59

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Nel
film Lord of War, diretto nel 2005 da Andrew Niccol, Nicolas Cage, un venditore
d’armi attraversa i conflitti riesportando in più paesi in guerra la propria merce.
Una sceneggiatura che racconta una realtà scomoda: dove c’è un conflitto, c’è
sempre qualcuno pronto a fare affari. E quando le armi partono, controllare
dove finiranno diventa sempre più difficile.
La
realtà è più complessa del cinema. Ma davanti alla modifica della legge sul
materiale bellico la domanda è concreta: vogliamo allentare le regole che oggi
limitano l’esportazione e la riesportazione di armi svizzere?
Il 29
novembre non voteremo se la Svizzera debba essere in grado di difendersi.
Voteremo su una modifica che permetterebbe, a determinate condizioni, di
esportare materiale bellico anche verso alcuni Paesi partner coinvolti in
conflitti. Il Consiglio federale potrebbe inoltre derogare ai criteri
d’autorizzazione in circostanze straordinarie. E non sarebbe più necessario
chiedere in ogni caso una garanzia contro la riesportazione.
I
sostenitori del sì parlano di sicurezza, industria e catene di
approvvigionamento. Ma questa è anche una modifica voluta dall’industria
bellica per ottenere più libertà di esportazione. Presentarla soltanto come una
misura necessaria alla sicurezza significa lasciare in ombra l’interesse
economico che la sostiene. E quando si parla di armi, quell’interesse non può
venire prima della responsabilità di sapere a chi vendiamo e dove potranno
finire.
La neutralità non è una parola da pronunciare soltanto
quando conviene. È una responsabilità, soprattutto quando altri Paesi sono in
guerra. Se allarghiamo le eccezioni e rendiamo meno sistematico il controllo
sulle riesportazioni, accettiamo anche un rischio maggiore: perdere presa sul
percorso delle armi dopo la vendita. Non significa che ogni arma finirà in mani
sbagliate. Significa che il controllo diventa meno garantito proprio quando
dovrebbe essere più rigoroso.
Votare
no a questa modifica non significa abolire l’industria bellica svizzera, né
vietare ogni esportazione. Significa mantenere le regole attuali, che già
consentono le esportazioni quando sono rispettati i criteri previsti. Non si
deve confondere la capacità di difesa del Paese con la necessità di allentare i
vincoli sulle vendite di armi.
Lord
of War racconta un mondo in cui il commercio delle armi trova sempre una
giustificazione: la domanda esiste, qualcuno deve pur rispondere. Ma una
democrazia non è tenuta a trasformare ogni domanda in un affare. Può scegliere
di porre limiti e assumersi la responsabilità di quei limiti, difendendo la
propria sicurezza senza rinunciare alla coerenza.
Per questo, il 29
novembre, io voterò no. Perché la neutralità non si misura soltanto nelle
dichiarazioni: si misura nelle scelte che facciamo quando vendere e voltarsi
dall’altra parte sarebbe più facile, anche per la nostra coscienza.
Christian Fini, Libero e indipendente

