Amalia Mirante
I mercati non votano, ma…
Redazione
07.11.2026 16:58

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L'opinione di Amalia Mirante, economista e deputata di Avanti con Ticino&Lavoro
Perché un risultato elettorale
può far salire la Borsa un giorno e farla crollare il giorno dopo? È quanto
accaduto negli Stati Uniti dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre che
hanno sancito il controllo del Congresso ai Democratici e provocato sui mercati
finanziari sbalzi tanto violenti quanto in apparenza contraddittori.
Mercoledì 4 novembre Wall Street
ha accolto il risultato con una decisa impennata: il Dow Jones ha guadagnato il
3% e Standard & Poor’s 500 l'1,6%. Il giorno successivo, però, lo scenario si
è completamente rovesciato, con il Nasdaq in perdita del 5,5% e una caduta
particolarmente pesante dei titoli tecnologici. Complessivamente, in una sola
seduta, le 500 grandi società americane comprese nell'indice S&P 500 hanno
perso circa 3'000 miliardi di dollari di capitalizzazione (2'500 mia CHF),
secondo i dati riportati da Reuters (agenzia di stampa internazionale specializzata nella raccolta e
diffusione di notizie). Una cifra
impressionante, che merita però una importante precisazione: non significa che
siano scomparsi 3'000 miliardi di denaro contante. La capitalizzazione di
un'impresa è il suo valore misurato con il prezzo delle sue azioni moltiplicato
per il loro numero: quando le quotazioni scendono, diminuisce il valore che gli
investitori attribuiscono all'impresa senza che questo comporti necessariamente
una riduzione della sua capacità produttiva.
Per comprendere quanto successo
dobbiamo partire dalle aspettative. Inizialmente gli investitori hanno
apprezzato la chiarezza del risultato elettorale e la prospettiva di un
Congresso in grado di limitare alcune iniziative del presidente Trump. La prevedibilità
delle decisioni politiche rappresenta infatti un elemento importante per chi
investe perché riduce l'incertezza sulle condizioni economiche future. Il
giorno successivo, tra i fattori che possono aver contribuito al ribasso, si
sono aggiunte le preoccupazioni per le possibili conseguenze di una maggiore
regolamentazione dei grandi centri di elaborazione dati, indispensabili allo
sviluppo dell'intelligenza artificiale. Il timore di un rallentamento degli
investimenti e di una riduzione dei profitti futuri ha pesato soprattutto sulle
imprese tecnologiche: Nvidia, che è un’impresa tecnologica americana tra i principali produttori mondiali di
processori utilizzati per l'intelligenza artificiale, ha perso
oltre il 9% e l'indice dei semiconduttori il 12%.
Non si tratta necessariamente di
comportamenti irrazionali. La teoria economica ci aiuta a comprendere queste
reazioni. I prezzi delle azioni non riflettono soltanto la situazione attuale
delle imprese, ma incorporano le aspettative degli investitori sul loro futuro.
Ogni nuova informazione può quindi modificare rapidamente le quotazioni,
soprattutto quando riguarda decisioni politiche capaci di incidere sui costi e
sui profitti. A questo si aggiunge il comportamento degli stessi investitori
che, come insegna la finanza comportamentale, possono amplificare i movimenti
dei mercati seguendo le scelte degli altri.
Sarebbe comunque sbagliato
attribuire alle sole elezioni le oscillazioni che in realtà risentono anche dei
tassi d'interesse, delle prospettive economiche e delle valutazioni già elevate
di molte imprese tecnologiche.
Questa vicenda ci ricorda
soprattutto una distinzione che viene spesso dimenticata: i mercati finanziari
misurano il valore attribuito dagli investitori ai profitti futuri delle
imprese, non il benessere complessivo di una società. Questo significa per esempio
che una regolamentazione che impone maggiori costi ambientali può ridurre la
redditività di alcune aziende e, nello stesso tempo, produrre benefici per la
collettività. Per questa ragione, la qualità delle politiche economiche non può
essere giudicata soltanto attraverso l'andamento degli indici azionari, ma deve
essere valutata considerando anche la crescita, la produttività, i salari,
l'occupazione e la distribuzione del reddito.
Non dimentichiamo, tuttavia, che
i mercati azionari sono anche considerati indicatori anticipatori del ciclo
economico perché le loro quotazioni riflettono le aspettative sull'andamento
futuro dell'economia. Spesso la Borsa comincia a scendere prima che una
recessione si manifesti nei dati economici, ma non ogni ribasso annuncia una
crisi. L'orologio dei mercati, del resto, non è infallibile. Speriamo che
questa volta non stia segnando l'ora di una nuova recessione.

