Lorenzo Onderka
Armi svizzere: la responsabilità non finisce con la vendita
Redazione
06.11.2026 16:30

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L'opinione di Lorenzo Onderka, sostenitore di Avanti con Ticino&Lavoro
Il prossimo 29 novembre saremo chiamati a esprimerci sulla
modifica della Legge federale sul materiale bellico. Una revisione che intende
rafforzare la competitività dell'industria svizzera degli armamenti, allentando
alcune restrizioni sulle esportazioni e sulle successive riesportazioni.
La Svizzera deve poter contare su una difesa militare
credibile e su un'industria degli armamenti solida, innovativa e competitiva.
Le esportazioni sono importanti per la sostenibilità economica di questo
settore. Ma per valutare la revisione non basta considerarne gli obiettivi
dichiarati. Occorre anche interrogarsi sulle possibili conseguenze, soprattutto
quando le armi esportate possono essere successivamente trasferite ad altri
Paesi.
Nei dibattiti che ho seguito si è parlato molto
dell'affidabilità dei partner europei, senza tuttavia approfondire
sufficientemente i possibili rischi legati alle riesportazioni. Ancora meno
spazio è stato dedicato agli Stati Uniti, anch'essi interessati dalla
revisione, verso i quali ritengo necessaria una particolare prudenza viste le
loro scelte di politica estera e militare negli ultimi anni.
La modifica legislativa prevede che, per 36 Paesi partner,
la dichiarazione di non riesportazione non venga più richiesta
sistematicamente. Il Consiglio federale conserverebbe la possibilità di imporla
quando lo esigano ragioni di politica estera, neutralità o sicurezza, mentre le
autorizzazioni continueranno a dover rispettare gli obblighi internazionali
della Svizzera.
Ma quali garanzie avremmo che i controlli previsti siano
efficaci e vengano applicati con gli stessi criteri a tutti, indipendentemente
dal peso politico ed economico del Paese acquirente? Prendiamo il caso degli
Stati Uniti, uno dei 36 Paesi partner. Washington è un importante fornitore
militare di Israele, le cui operazioni a Gaza e in Cisgiordania sollevano gravi
questioni di rispetto del diritto internazionale umanitario. E, come abbiamo
sperimentato negli ultimi anni, è un partner estremamente difficile da gestire.
Quali garanzie può offrire il Consiglio federale affinché
armi e munizioni svizzere vendute agli Stati Uniti non vengano successivamente
trasferite alle forze armate israeliane e utilizzate contro la popolazione
civile palestinese e libanese? Non sostengo che questo sia già accaduto. Mi
preoccupa il rischio che possa accadere.
Anche il Sudan ci offre un motivo di riflessione. Il 29
ottobre, grazie alla Catena della Solidarietà e alla collaborazione della SSR,
la popolazione svizzera ha donato oltre cinque milioni di franchi per
soccorrere le vittime di una guerra devastante. Un gesto che dimostra quanto la
solidarietà sia ancora radicata nel nostro Paese. Ma non sarebbe contraddittorio se, mentre
raccogliamo fondi per salvare quelle vite, armi o munizioni prodotte in
Svizzera potessero raggiungere, attraverso Paesi intermedi, le forze che
minacciano quelle stesse popolazioni?
Il Consiglio federale sostiene che le esportazioni
continueranno a essere controllate e che, in presenza di rischi elevati,
potranno essere richieste garanzie di non riesportazione oppure negate le
autorizzazioni. Ma è sufficiente affidarsi a valutazioni preventive quando
governi, alleanze e situazioni internazionali possono cambiare? Quali strumenti
avremmo per intervenire se un Paese decidesse comunque di trasferire le armi
acquistate? E soprattutto, avremmo la volontà politica e la forza necessarie
per farli rispettare?
Si tratta di trovare un equilibrio tra interessi economici,
difesa nazionale e responsabilità umanitaria. Un equilibrio che dovrebbe valere
per tutti, senza distinzioni dettate dalle alleanze politiche o dalla forza
economica dei Paesi interessati.
Il prossimo 29 novembre ognuno di noi sarà chiamato a
esprimere una scelta. Non intendo suggerire come votare, ma invitare a
riflettere sulle conseguenze che quella scelta potrebbe comportare. Perché
dietro ogni arma non ci sono soltanto interessi economici e strategie militari.
Ci sono anche vite umane. E quando si tratta di vite umane, la nostra coscienza
dovrebbe avere almeno lo stesso peso dei nostri interessi, in particolare
quando sono toccati i civili.
Lorenzo Onderka, sostenitore di Avanti
con Ticino&Lavoro

