Sara Demir
13esima AVS, nessun rimedio a costo zero: perché la via dell’IVA è la più equa
Redazione
07.11.2026 12:42

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L'opinione di Sara Demir, granconsigliera de il Centro
Il
finanziamento della tredicesima rendita impone una scelta concreta. Non
esistono scorciatoie: occorre decidere come ripartire i costi senza penalizzare
ulteriormente chi lavora e produce.
Quando
si parla di AVS, è facile concentrarsi su ciò che si vuole garantire. Ed è
giusto farlo: la previdenza per la vecchiaia rappresenta una delle basi della
solidarietà svizzera. Più difficile, ma altrettanto necessario, è affrontare la
domanda successiva: come finanziamo le prestazioni che decidiamo di introdurre?
Con
l’approvazione della tredicesima rendita AVS, il popolo ha espresso chiaramente
la propria volontà. Ora si tratta di tradurre quella decisione in un sistema di
finanziamento sostenibile. Il 29 novembre saremo chiamati a esprimerci
sull’aumento dell’imposta sul valore aggiunto, scelto dal Parlamento federale
per contribuire a coprire i costi della nuova prestazione.
Non
è una scelta che considero ideale. Ma in politica non sempre ci si trova
davanti a una soluzione perfetta. A volte la responsabilità consiste proprio
nel valutare le alternative e capire quale presenti gli svantaggi meno pesanti.
Personalmente,
non vorrei finanziare la tredicesima rendita chiedendo un ulteriore sacrificio
a lavoratrici, lavoratori e aziende attraverso maggiori contributi salariali.
Il lavoro ha già un costo importante e rappresenta una risorsa fondamentale per
la nostra economia. Aumentare i contributi significherebbe ridurre
ulteriormente il salario netto delle persone e accrescere gli oneri delle
imprese. In un Cantone come il Ticino, dove molte aziende operano in un
contesto competitivo difficile, è un aspetto che non possiamo ignorare.
Nemmeno
l’aumento dell’età pensionabile può diventare la risposta automatica a ogni
problema finanziario dell’AVS. Le condizioni professionali non sono uguali per
tutti. C’è chi può proseguire la propria attività a lungo e chi svolge mansioni
fisicamente impegnative, per le quali arrivare alla fine della carriera in
buone condizioni è più difficile. Trovo sensato favorire chi desidera e può
continuare a lavorare, ma non considero corretto fondare la sostenibilità del
sistema sull’idea che tutti debbano necessariamente farlo più a lungo.
Resta
quindi l’IVA. Anche questa opzione ha un costo: un aumento dell’imposta sui
consumi si riflette, direttamente o indirettamente, sulle persone e sulle
famiglie. Non sarebbe serio fingere il contrario. La differenza è che il
finanziamento non ricadrebbe esclusivamente sul lavoro e sui salari. Inoltre,
l’aliquota ridotta applicata ai beni e servizi di prima necessità rimarrebbe
invariata.
Si
potrebbe discutere anche di maggiori entrate provenienti da consumi specifici,
come tabacco e alcol. Personalmente, ritengo che il Consiglio federale dovrebbe
affrontare seriamente questa possibilità e valutare una revisione della
fiscalità su questi prodotti. È una strada che merita attenzione, anche se
dobbiamo essere realistici: la tredicesima rendita comporta costi miliardari e
non possiamo presumere che queste entrate siano sufficienti, da sole, a
coprirli.
Il
punto, però, non si esaurisce con la votazione di novembre. L’aumento dell’IVA
è destinato a contribuire al finanziamento della nuova prestazione, ma non
risolve da solo tutte le sfide finanziarie dell’AVS. Nei prossimi anni
serviranno altre decisioni e sarà necessario affrontare con serietà la riforma
AVS 2030.
È
qui che misureremo la responsabilità della politica. Non basta introdurre
prestazioni importanti: occorre anche garantire che il sistema possa sostenerle
nel tempo. Le persone in pensione hanno diritto alla sicurezza, chi lavora deve
poter contribuire senza essere gravato continuamente da nuovi costi e le
generazioni più giovani devono poter guardare al futuro con fiducia.
Per
queste ragioni, tra le alternative oggi sul tavolo, considero l’aumento
dell’IVA il male minore. Non perché sia privo di conseguenze, ma perché non
ritengo preferibile caricare ulteriormente il lavoro né fare dell’allungamento
della vita lavorativa una risposta automatica.
La
solidarietà non si misura soltanto da ciò che promettiamo oggi. Si misura anche
dalla nostra capacità di mantenere quelle promesse domani, senza trasferire
alle generazioni future il prezzo delle decisioni che non abbiamo avuto il
coraggio di prendere.

