

Il ministro della difesa Israel Katz ha disposto la chiusura dei valichi verso la Cisgiordania e la Striscia di Gaza nei giorni che segnano l'anniversario del massacro del 7 ottobre 2023. Lo scrive il Times of Israel.
Katz ha affermato che, su raccomandazione delle autorità militari, verrà imposta una chiusura generale sia per la Cisgiordania sia per la Striscia di Gaza nelle giornate del 5 e del 7 ottobre. Il provvedimento non riguarda gli israeliani che transitano attraverso i posti di blocco in Cisgiordania.
Katz ha spiegato che ai lavoratori palestinesi «essenziali del settore sanitario» sarà consentito attraversare i posti di blocco in Cisgiordania, così come ad altri palestinesi nei casi in cui vi siano «impegni assunti dallo Stato dinanzi all'Alta Corte di Giustizia».
Altre deroghe ai palestinesi che intendono entrare in Israele dalla Cisgiordania, potrebbero esser concesse previa approvazione del Cogat (unità militare israeliana che gestisce le operazioni civili e umanitarie a Gaza e in Cisgiordania) ha aggiunto. In quelle giornate non entreranno aiuti nella Striscia, ma il Cogat ha precisato che le operazioni di ritiro degli aiuti sul lato di Gaza del valico di Kerem Shalom, sul versante egiziano, «proseguiranno come di consueto». «Va sottolineato che la chiusura dei valichi in queste date non dovrebbe avere alcun impatto sulla situazione umanitaria nella Striscia di Gaza» ha aggiunto il Cogat.
Mohammad Bagher Ghalibaf, capo negoziatore e presidente del parlamento iraniano, ha affermato che Washington ha avanzato «alcune proposte tramite un mediatore» dopo che Teheran aveva proposto una tabella di marcia di 7 giorni per la riapertura dello Stretto di Hormuz.
Tuttavia, ha sottolineato, gli USA devono sapere «che l'epoca in cui si perdeva tempo e si imponevano richieste unilaterali è finita», che la posizione dell'Iran rimane «chiara e definita» e che «lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto finché non saranno soddisfatte le nostre sette condizioni basate sul Memorandum di Islamabad», ha dichiarato, stando a quanto riportato da Al Jazeera.
«L'Iran non è un Paese che definisce la propria grande strategia e la sicurezza nazionale sulla base dei tweet o delle interviste quotidiane dei funzionari americani. Basiamo le nostre azioni sulla condotta effettiva del nemico, non sulla retorica mediatica o su false dicotomie», ha aggiunto, citato dall'agenzia Irna.
«Né entusiasta né intimidito»
Mohammad Bagher Ghalibaf ha dichiarato che l'Iran non è né «entusiasta» né «intimidito» dalle azioni degli Stati Uniti e che intende «sia combattere che negoziare».
Stando a quanto riporta Al Jazeera, il capo negoziatore iraniano ha precisato che Teheran «è presente sul campo di battaglia militare con tutte le forze».
«Li affronteremo con nuove sorprese; al contempo, utilizziamo gli strumenti della diplomazia per affermare la nostra superiorità in ambito militare e far valere i diritti del popolo iraniano», ha aggiunto.
Le condizioni
Il mese scorso, l'Iran ha comunicato agli Stati Uniti, tramite mediatori del Qatar, una serie di condizioni formali per porre fine al conflitto.
Tali condizioni includono la cessazione delle ostilità su tutti i fronti, lo sblocco dei fondi iraniani congelati, la fine del blocco navale ai porti iraniani, la cessazione delle interferenze statunitensi negli affari interni dell'Iran, lo stop alla cooperazione degli USA con gli avversari dell'Iran e la fine di ogni attacco statunitense contro il territorio iraniano.
Addestramento militare ai civili
Secondo quanto riferito dall'agenzia di stampa iraniana West Asia News Agency (WANA) e riportato da Al Jazeera, l'esercito iraniano ha in programma di avviare l'addestramento di volontari nell'ambito di un programma volto a preparare i cittadini alla «difesa nazionale».
Il generale di brigata Mohammad Reza Alian-Nejad, responsabile dell'addestramento e della formazione dell'esercito, ha dichiarato che il programma si svolgerà a partire da oggi presso tre strutture a Teheran.
Alian-Nejad ha affermato che il personale proveniente dalle quattro branche dell'esercito sarà dislocato in diverse sedi designate come «presidi campali» per fornire ai volontari un «addestramento militare di base», seguito da corsi più avanzati.
Gli aerei da guerra sauditi hanno preso di mira la città di Abs, nella provincia di Hajjah, nello Yemen, secondo quanto riporta l'agenzia iraniana Tasnim.
Poche ore prima, diverse fonti arabe della regione hanno riferito di esplosioni a Buqayq, in Arabia Saudita, a seguito di un attacco con missili balistici da parte delle forze yemenite. Fonti della regione poi hanno segnalato forti esplosioni anche nei pressi dell'aeroporto di Riad.
Si riaccende la tensione tra gli Houthi e l'Arabia saudita. I ribelli dello Yemen hanno accusato il Regno di aver lanciato decine di attacchi su Sana'a, mentre fiamme e fumo sono state viste levarsi da un impianto petrolifero Aramco alla periferia di Riad.
Al momento non c'è stata nessuna dichiarazione ufficiale ma nelle ultime settimane il gruppo sostenuto dall'Iran ha lanciato diversi attacchi contro le infrastrutture energetiche del Regno. Nel frattempo, a Camp David si è tenuta una riunione segreta sui conflitti in Yemen ed Iran tra il vice presidente americano Jd Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il capo del Pentagono Pete Hegseth, il direttore della Cia, il capo degli Stati maggiori congiunti e l'inviato di Donald Trump, Steve Witkoff. Assente il presidente americano, impegnato in un tour elettorale in vista delle midterm.
Secondo l'emittente Al-Masirah, vicina agli Houthi, «aerei nemici sauditi» hanno colpito Sana'a con 26 raid. Un'«aggressione saudita» contro la capitale yemenita, ha aggiunto la rete, senza tuttavia fornire dettagli su obiettivi o vittime. Due reporter a Sana'a hanno riferito di aver udito forti esplosioni e visto aerei da guerra lanciare missili sulla città. Sempre nelle stesse ore, Al-Masirah ha parlato di attacchi missilistici contro la rete di telecomunicazioni nel governatorato di Saada, nel nord-ovest dello Yemen, una delle roccaforti del gruppo. L'episodio segue l'annuncio dei ribelli secondo cui l'Arabia Saudita avrebbe bombardato la capitale yemenita giovedì notte, per la prima volta dalla ripresa dei combattimenti tra le due parti avvenuta a luglio. Poco dopo la diffusione di queste notizie giornalisti presenti a Riad hanno riferito di aver avvistato fiamme e fumo provenire da un impianto del colosso petrolifero statale Aramco, a sud della capitale. Le circostanze dell'accaduto non sono ancora chiare, ma negli ultimi mesi gli Houthi hanno rivendicato diversi attacchi contro gli impianti del colosso saudita.
Dall'altra parte dell'Oceano, mentre Trump continua a sostenere che «la guerra contro l'Iran finirà dopo le elezioni di midterm» i principali membri della sua amministrazione nella residenza presidenziale di Camp David per discutere i prossimi passi relativi al conflitto contro Teheran e agli scontri tra Arabia Saudita e Houthi in Yemen. Secondo quanto riferito da tre fonti informate ad Axios Vance, Rubio, Hegseth, Witkoff, il direttore della Cia John Ratcliffe e il capo dello Stato Maggiore congiunto, il generale Dan Caine avrebbero «preso delle decisioni, o quantomeno si è discusso a fondo della questione». L'ultima volta che si era tenuto un incontro simile è stato nel giugno 2025, pochi giorni prima che Israele entrasse in guerra contro l'Iran. Trump sta valutando da giorni la ripresa di operazioni su larga scala tra minacce di «far saltare in aria» il Paese e rassicurazioni che «un accordo è vicino». Teheran «non avrà mai l'arma nucleare», ha ribadito durante un comizio in Alabama il tycoon che in questo momento è più che altro preoccupato dagli effetti della guerra sulle prossime elezioni. «Abbiamo dovuto fare il lavoro sporco contro i bulli del Medio Oriente. Andava fatto anni fa, anche da parte di altre nazioni», ha aggiunto il presidente assicurando ai suoi sostenitori che i prezzi della benzina scenderanno «non appena» il conflitto finirà.
Durante un incontro con i giornalisti alla Casa Bianca il presidente Usa ha ribadito la propria posizione: «L'Iran è stato decimato, prenderò una decisione». Lo ha detto Donald Trump parlando con i giornalisti alla Casa Bianca prima di partire per l'Ohio. Il presidente ha poi aggiunto che la sua linea su Teheran potrebbe essere quella «dura».

