

L'agenzia iraniana Isna ha affermato che «il suono di un'esplosione è stato udito dalle persone vicino a Jomhori Boulevard a Zahedan», città del sud est dell'Iran, nei pressi del confine con il Pakistan.
Anche l'emittente con sede all'estero Iran International ha confermato l'esplosione, citando una dichiarazione dell'agenzia Fars, vicina alle Guardie della rivoluzione, secondo cui le cause dell'esplosione non sono ancora note.
«L'Iran ha intrapreso azioni contro alcune imbarcazioni in transito nello Stretto di Hormuz e, di recente, ha preso di mira alcune navi che tentavano di attraversare la via navigabile, bloccando il passaggio di alcune piccole imbarcazioni», ha dichiarato il portavoce della Guardia Rivoluzionaria Hossein Mehebi, aggiungendo: «Da qualche tempo gli Stati Uniti si sono astenuti dal rispondere alle misure adottate dall'Iran».
«Da 24 ore sono in corso scontri militari nello Stretto di Ormuz», ha dichiarato Mohebi alla televisione di Stato.
Cinque palestinesi sono rimasti uccisi e oltre dieci feriti in un raid israeliano contro un veicolo nel quartiere di Tal al-Hawa, a Gaza City. Lo riporta l'agenzia palestinese Wafa citando fonti dell'ospedale Al-Shifa. Secondo il Times of Israel, le Forze di difesa israeliane (Idf) riferiscono che "l'attacco ha preso di mira un esponente di un gruppo terroristico" e che ulteriori dettagli saranno forniti in seguito.
I tentativi compiuti questa settimana dai mediatori del Qatar per favorire una svolta diplomatica tra Stati Uniti e Iran hanno registrato scarsi progressi, dato che nessuna delle due parti appare disposta a cedere. Lo scrive Axios citando tre fonti a conoscenza dei colloqui.
Secondo il media americano lo stallo rafforza, in entrambi gli schieramenti, la convinzione che un nuovo conflitto militare stia diventando sempre più probabile. I funzionari statunitensi ritengono che il presidente Donald Trump potrebbe ordinare la ripresa di operazioni di combattimento su larga scala dopo le elezioni di midterm.
I funzionari del Qatar continueranno a impegnarsi, ma mostrano una crescente frustrazione nei confronti di entrambe le parti, secondo quanto riferito da due delle fonti. Secondo una delle fonti citata da Axios nei colloqui di lunedì non si sono registrati progressi significativi. «La situazione è in stallo. Gli iraniani chiedono condizioni che gli Stati Uniti non possono accettare e questi ultimi ritengono di essere in una posizione di forza, quindi non vedono la necessità di scendere a compromessi», ha affermato la fonte.
Altri mediatori della regione, tra cui Pakistan ed Egitto, hanno esortato l'Iran ad accettare concessioni sul nucleare. Tuttavia, gli iraniani avrebbero dichiarato che prenderebbero in considerazione tale ipotesi solo dopo che gli Stati Uniti avranno accettato di tornare al Memorandum d'intesa di giugno.
Secondo l'Agenzia di stampa nazionale libanese (Nna), all'alba il fuoco dell'artiglieria israeliana ha colpito la località di al-Mansouri, nel distretto di Tiro. Nel frattempo, sempre questa mattina, aerei da guerra israeliani hanno sorvolato intensamente il Libano meridionale. Lo riporta Al Jazeera.
Il Pentagono ha annunciato la fine ufficiale della missione della coalizione antijihadista, guidata dagli Stati Uniti, dispiegata in Iraq da 12 anni.
«Il ritiro ordinato delle forze e delle attrezzature della coalizione dalla base aerea di Erbil segna la conclusione riuscita della missione militare che ha sconfitto» il gruppo Stato Islamico in Iraq, ha dichiarato in un comunicato Sean Parnell, portavoce del Dipartimento della Difesa statunitense.
Il Primo ministro iracheno Ali al-Zaidi ha salutato la fine della missione della coalizione anti-jihadista a guida statunitense come l'inizio di un nuovo capitolo per il Paese. «È iniziata una nuova fase, caratterizzata dalla sovranità dell'Iraq, dalla forza delle sue istituzioni, dalla prontezza delle sue forze, dall'unità decisionale e da partenariati equilibrati con i suoi amici», ha dichiarato Zaidi durante una cerimonia che ha segnato la conclusione della missione della coalizione.
Fonti militari israeliane hanno affermato che al momento non sono stati rilevati segnali di «nessuna preparazione concreta» o «movimenti operativi» che indichino la possibilità di un attacco imminente contro Israele da alcun fronte: lo riporta Haaretz. Tali indicazioni riferite da fonti militari sono dunque non concordanti rispetto a quanto affermato dal premier Benjamin Netanyahu, che durante una visita alla base aerea di Tel Nof ha parlato dell'esistenza di «segnali» secondo cui, «in vista delle elezioni», i «nemici» del Paese «cercheranno di attaccare». Tale dichiarazione, sottolinea Haaretz in base a quanto riferito dalle fonti citate, ha sollevato interrogativi all'interno delle agenzie di sicurezza israeliane, che finora non hanno preso decisioni circa un innalzamento del livello di allerta dell'esercito, la mobilitazione dei riservisti o la convocazione di personale cruciale per le emergenze.
Dopo aver incontrato il premier israeliano Benjamin Netanyahu per un briefing sulla sicurezza, anche il leader dell'opposizione Yair Lapid ha dichiarato che «non c'è motivo di gettare la popolazione nel panico», criticando implicitamente il premier per aver sostenuto l'esistenza di un complotto pre-elettorale volto ad attaccare Israele. In un post sui social media rilanciato dal Times of Israel, Lapid ha affermato: «Le minacce alla sicurezza vanno gestite con professionalità e responsabilità. La sicurezza di Israele e le basi dell'Idf non sono lo scenario adatto per video elettorali». «In ogni caso, le elezioni si terranno regolarmente e nessuno ha scuse per ostacolarle», ha aggiunto. Lapid ha riferito di aver chiesto a Netanyahu di convocare un incontro a cui partecipassero loro due insieme al capo dello Shin Bet e al presidente della Commissione elettorale centrale, «per garantire che tutti siano aggiornati e coordinati in vista delle elezioni».
Gli Stati Uniti, intanto, offrono una ricompensa di 15 milioni di dollari per informazioni capaci di compromettere i «meccanismi finanziari» del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (Irgc) dell'Iran. Lo ha annunciato il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Tommy Pigott, nell'ambito degli sforzi americani per aumentare la pressione economica sul governo di Teheran. Gli Stati Uniti avevano già offerto in passato la stessa ricompensa, oltre ad altre multimilionarie, per informazioni sull'Iran, tra cui, ad agosto, la promessa di pagare 10 milioni per informazioni che portassero all'identificazione di cinque alti comandanti dei pasdaran. In una dichiarazione, Pigott ha anche affermato che gli USA hanno imposto sanzioni a otto nuove entità e cinque nuovi individui per il presunto coinvolgimento nell'approvvigionamento e nella proliferazione di armi o componenti di armi per l'Iran. Non è chiaro se questi siano distinti dai 10 individui ed entità che il Dipartimento del Tesoro USA ha in precedenza sanzionato per lo stesso motivo. «Continueremo a collaborare con i nostri partner per smantellare le reti di proliferazione iraniane e impedire al regime iraniano di accedere ai beni, alla tecnologia, ai finanziamenti e ai servizi che alimentano queste attività», ha assicurato Pigott.

