“Da Berna comunicazione inadeguata”
Con la pandemia siamo stati travolti da termini scientifici. Ma quanto sono efficaci i messaggi che ci arrivano dalle autorità e dalla comunità scientifica? Suzanne Suggs, professoressa all’USI di Lugano: “Siamo neutrali anche su questioni che riguardano il vaccino”
di Lara Sargenti
“Da Berna comunicazione inadeguata”

Mai così tanto come negli ultimi due anni siamo stati confrontati con termini scientifici nella nostra vita quotidiana. Epidemiologia, contagi, vaccino a MRna, anticorpo monoclonale, test antigenico, curva epidemiologica, incidenza, tampone, dose di richiamo, ecc. Sono alcuni dei vocaboli che sono entrati con prepotenza a far parte del linguaggio comune con l’arrivo della pandemia. Temi complessi, che hanno generato una notevole domanda di informazione e interazione tra la popolazione e la scienza: da un lato i cittadini confrontati con una nuova realtà da apprendere, dall’altro le autorità con il compito di trasmettere informazioni chiare e precise. Un compito, quella della comunicazione scientifica, che comporta diverse sfide. Ne abbiamo parlato con Suzanne Suggs, professoressa ordinaria di marketing sociale all’Usi di Lugano e co-autrice dello studio “Science in the Swiss Public: The State of Science Communication and Public Engagement with Science in Switzerland”, che ha analizzato lo stato della comunicazione scientifica in Svizzera.

L’impatto della pandemia
“Improvvisamente la collettività ha avuto l’esigenza di comprendere termini molto scientifici e una nuova realtà, quella pandemica, che è entrata a far parte delle nostre vite e che ha generato molta insicurezza su un tema ancora poco conosciuto”, esordisce Suggs, descrivendo l’impatto che la pandemia ha avuto sulla vita delle persone. “Le persone hanno dovuto prendere consapevolezza di un nuovo virus e come questo si trasmetteva, che impatto aveva sulla loro salute e sull’economia. La gente ha dovuto reagire velocemente a qualcosa che non tutti comprendevano completamente. Ciò ha creato paura e anche scetticismo”.

La comunicazione scientifica
Lo studio mette in evidenza che la popolazione svizzera ha una percezione positiva della scienza e un’elevata fiducia negli scienziati. Tuttavia una piccola parte della popolazione si mostra disinteressata e le percezioni variano a seconda degli argomenti scientifici e dei sottogruppi della popolazione. “Lo stato di comunicazione in Svizzera per quel che concerne la pandemia di Covid-19 necessita di un miglioramento”, sottolinea Sugg. “Sono positivamente sorpresa di come in Ticino le autorità abbiano gestito la comunicazione, ma a livello nazionale l’approccio rimane abbastanza neutrale. Si tratta perlopiù di fornire solo informazioni: ‘la pandemia è qui, il vaccino è qui’, ma non viene spiegato perché è importante per la popolazione. Da questo punto di vista credo che la comunicazione sia carente e che questo si rifletta sullo stato vaccinale”.

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Le differenze tra regioni linguistiche
A tal proposito è interessante notare anche differenze a livello linguistico. Recentemente un articolo del Financial Times ha messo in evidenza come paesi di lingua tedesca - Germania, Austria e anche la Svizzera, con particolare riferimento ai Cantoni germanofoni - registrino i più bassi tassi di vaccinazione nell’Europa occidentale. Secondo la professoressa ciò è dovuto alla cultura e al modo di comunicare, molto più funzionale e meno emotivo. Nel caso del nostro paese rileva però anche un’ulteriore componente: “In Svizzera si è cercato di essere molto ‘elvetici e neutrali’: ‘Abbiamo un vaccino per voi, se lo volete, è qui’. Ma siamo di fronte a una crisi sociale: è veramente importante essere vaccinati, ma c’è una mancanza di volontà o abilità a spingere verso questo messaggio e allo stesso tempo rimanere neutrali, permettendo alle persone di mantenere la loro scelta individuale”. A ciò si aggiunge anche una diversa percezione della pandemia, con il Ticino per esempio che ha vissuto in maniera importante la prima ondata pandemica, mentre in Svizzera tedesca l’emergenza sanitaria è stata vissuta in maniera diversa.

“Da Berna comunicazione inadeguata”

Cosa manca
Secondo la professoressa è importante che l’informazione venga portata alla gente. “Il modello attuale è quello di dare informazioni e le autorità poi si aspettano che queste vengono seguite. Questo non funziona per tutte le persone. La comunicazione è attualmente progettata per persone che cercano attivamente informazioni. Ma chi non le cerca, ne resta fuori. Questo deve cambiare: le informazioni devono raggiungere la gente. Anche il motivo deve essere spiegato chiaramente: perché è importante vaccinarsi, perché è importante proteggere sé stessi e gli altri e perché non si tratta di una semplice scelta personale, ma di una decisione che ha un impatto anche sulla vita degli altri: come guidare se hai bevuto o il fatto di allacciarsi le cinture di sicurezza. Questo deve essere spiegato in una maniera molto più chiara ed emozionale”.

La settimana nazionale di vaccinazione
Domenica si è conclusa la settimana nazionale di vaccinazione e sebbene la percentuale di immunizzati sia aumentata (35mila le prime dosi eseguite, cifra fornita dagli esperti dell’UFSP), la campagna è stata perlopiù sottotono, con certe proposte, come i concerti, che sono stati dei veri e propri flop. “Non c’è stato il miracolo, non è stato un grande successo”, ha dichiarato Rudolf Hauri, presidente della Conferenza dei medici cantonali durante la conferenza stampa di martedì. Cosa non ha funzionato? “Prima di tutto”, precisa Suggs, “non si tratta di una settimana, ma di sei (una protezione completa viene raggiunta dopo 6 settimane, due settimane dopo la seconda dose, ndr). Il messaggio che è arrivato alla gente è stato: ‘ora è il tempo di vaccinarsi’. Allo stesso tempo i messaggi non contenevano il perché e il luogo, ma semplicemente “c’è la settimana di vaccinazione”. C’erano pure cartelli in autostrada che promuovevano questo tipo di messaggio, ma senza dare ulteriori indicazioni come numeri di telefono o siti web. Erano solo annunci e gli annunci non funzionano quando si tratta di un tema complesso. Credo inoltre che le persone siano esauste e questa fatica giochi un ruolo sul motivo per cui le persone hanno esitato: hanno bisogno di un maggiore supporto e più mirato alle loro esigenze”.

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Troppa informazione stufa?
Il tema della pandemia e della campagna di vaccinazione è ampiamente mediatizzato. Troppa informazione rischia di arrecare danni? “Non è troppa informazione, ma è inadeguata. I messaggi sono gli stessi a quelli che c’erano all’inizio. Quando vediamo troppe volte lo stesso messaggio, smettiamo di vederlo anche se è di fronte a noi. I messaggi devono dunque cambiare, evolversi e diventare più emozionali, ovvero devono raggiungere, avere un impatto sulle persone. Questo significa che bisogna avere una comunicazione che raggiunga diversi target di riferimento e capire ciò di cui hanno bisogno. Siamo tutti stufi della pandemia, ma per smettere di parlarne e fare in modo di uscirne al più presto è importante che la gente capisca il motivo per cui è importante aumentare il tasso di vaccinazione, così come rispettare le altre misure (continuare a ventilare i locali, portare le mascherine e rispettare il distanziamento sociale)”.

Scienza e politica
Settimanalmente la Task-Force si riunisce per aggiornare i media e la popolazione sulla situazione epidemiologica del paese. Un rituale che avviene ogni martedì in cui gli scienziati espongono dati e statistiche, ma raramente prendono posizione sulla necessità di prendere determinate misure o decisioni. Per Suggs è una questione di suddivisione dei ruoli. “Scienza e politica lavorano maggiormente a stretto contatto rispetto al passato. La pandemia ha messo in evidenza che la politica ha bisogno di essere informata dalla scienza e la scienza necessita di fornire informazioni alla politica. Allo stesso tempo la scienza deve capire come vengono prese decisioni politiche. Nel caso specifico della Task Force, il fatto di non voler addentrarsi in questioni politiche è legato a due fattori: da un lato al suo mandato, che è di consigliare i politici. Dall’altro è una forma di rispetto nei confronti di chi deve prendere decisioni. Il compito della Task Force è presentare una prospettiva scientifica, non personale, e lasciare prendere le decisioni ai politici”.

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Il ruolo dei politici
La Confederazione ha promosso in modo compatto la strategia per uscire dalla crisi sanitaria, ma all’interno dello stesso Consiglio federale vi possono essere posizioni contrastanti. Ha fatto per esempio scalpore la maglietta indossata da Ueli Maurer durante un raduno UDC con il logo del “Freiheitstrychler”, un gruppo noto per essere contrario alle misure anti-coronavirus. Dai social si sono levate critiche nei confronti del ministro per aver violato il principio della collegialità del Governo. Come possono i cittadini aver fiducia nei politici quando all’interno dello stesso Governo non c’è unità o chiarezza? “È stata una mossa controproducente e direi anche contro la scienza, ma è attrattiva per i suoi elettori. Molti politici non capiscono quanto possano essere influenti: dicono una cosa, ma ne fanno un’altra. E questo provoca un’eco ancora più grande, legittimando i no vax e gli scettici a diventare ancora più rumorosi. Sono azioni legittimate dai loro leader”.

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Le teorie cospirazioniste
Con la pandemia (e non solo) sono emerse molte teorie cospirazioniste. Un aspetto evidenziato anche dallo studio, che parla dell’importanza assunta dalle piattaforme digitali come fonti di informazione sulla scienza, soprattutto per i più giovani, ma anche della facilità con sui si propaga la disinformazione. Come si può porre un freno a questo fenomeno? “È importante chiarire attraverso i media che la disinformazione si propaga in maniera semplice e veloce. Alcune volte la gente non sa di diffondere informazioni sbagliate e crede sinceramente che ci sia del giusto in quello che condivide. C’è poi disinformazione che viene deliberatamente diffusa con lo scopo di spargere false informazioni. In questo contesto i media hanno un ruolo importante nello smentire “fake news” e hanno l’opportunità di educare la gente, informandola che circolano false notizie e invitandola a porsi delle domande quando vengono confrontate con certe informazioni. I media hanno inoltre l’opportunità di diffondere fatti, ma spesso operano anche sotto il principio del sensazionalismo: affinché la storia venga letta, occorre un titolo accattivante. Ed è molto facile che attraverso quel titolo venga trasmessa un’informazione non corretta. Per i media è dunque importante parlare dei fatti e spiegare il perché. I coronascettici, inoltre, sono pochi in confronto all’intera popolazione, ma sono molto rumorosi. Se parliamo molto di loro, sembrano più grandi di quello che sono in realtà. Naturalmente si può seguire la vicenda o la storia che li concerne, ma occorre fare attenzione alle informazioni che vengono trasmesse e mettere in luce il fatto che non sono informati correttamente. Piuttosto che porre l’accento su teorie cospirazioniste, è importante diffondere i fatti, anche se la verità non è altrettanto attrattiva ed eccitante, ma è fondamentale, soprattutto in tempi di pandemia”.

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