Lino Ramelli
Lingue, coesione nazionale ed economia
Redazione
16.03.2023 07:12

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Il Gran consiglio si è pronunciato recentemente a favore
dell’introduzione dell’insegnamento del tedesco a partire dalla prima media.
Come “locarnese” non posso che rallegrarmi della decisione poiché le relazioni
con le regioni germanofone sono essenziali, non solo per l’economia, ma anche
per la coesione sociale. Personalmente sarei addirittura favorevole alla
creazione di classi bilingui alle elementari onde stimolare i proprietari di
residenze secondarie a trasferire il loro domicilio principale nella nostra
regione.
La questione dell’insegnamento delle lingue merita tuttavia una
riflessione più globale che includa anche il francese e l’inglese. Secondo lo
schema previsto, le nostre alunne e i nostri alunni inizieranno con il francese
alle elementari, con il tedesco in prima media e con l’inglese (obbligatorio)
in terza. Di fatto l’inglese rappresenterà la quarta lingua (è stato così anche
per me).
Nel corso della mia vita professionale, svolta
essenzialmente fuori cantone prima di assumere la direzione della Divisione
delle contribuzioni a fine 2006, sono stato spesso confrontato con le questioni
linguistiche. Nei rapporti intercantonali hanno sempre prevalso le lingue
nazionali, francese e tedesco (quest’ultimo se si voleva avere la certezza di
essere capiti dalla maggioranza), mentre in quelli internazionali è indubbiamente
stato l’inglese a farla da padrone, che si trattasse sia di aziende
internazionali, sia di Stati, compresa l’Italia poiché i trattati
internazionali comportano il coinvolgimento delle autorità federali poco
familiarizzate con la nostra lingua. Per gli interlocutori l’inglese era nella
peggiore delle ipotesi la seconda lingua e questo ha spesso rappresentato un
punto di forza a loro favore.
Volenti o nolenti, in un mondo sempre più globale e grazie
anche ai nuovi modelli di telelavoro e teleconferenze assisteremo verosimilmente
a una crescente domanda e offerta di posti di lavoro legati a gruppi
internazionali, ma decentralizzati, e la lingua di comunicazione sarà
inevitabilmente l’inglese.
Nel nostro Paese tendiamo ancora a privilegiare le lingue
nazionali con l’obiettivo, senz’altro condivisibile, di mantenere la coesione
nazionale. Le iniziative di alcuni cantoni miranti a rendere l’inglese la
lingua straniera principale si sono finora tutti arenati.
Cosa fare allora? Non avendo nessuna competenza in materia di
formazione/insegnamento sarebbe presuntuoso formulare delle proposte. Mi limito
ad affermare che la questione andrebbe analizzata nel suo insieme e non lingua
dopo lingua. Prendo ad esempio il francese contro il quale non ho nessun
pregiudizio essendo la lingua che parlo in famiglia. Per quale motivo è stato
definito prioritario e viene insegnato già dalla scuola elementare? Per il
fatto che è la lingua più facile per noi da insegnare e imparare?
Se vogliamo offrire le migliori opportunità di studio e di
lavoro alle generazioni future mantenendo allo stesso tempo identità e coesione
nazionale riprendiamo l’esercizio dall’inizio rimescolando le carte, senza tabu
e senza demonizzare l’inglese. Se troviamo normale che l’Ambrì, spesso preso
come simbolo di attaccamento al territorio, sia allenato e diretto in inglese sebbene
la prima squadra sia composta prevalentemente da giocatori svizzeri, perché
dovremmo offuscarci se la medesima lingua viene utilizzata in seno a
determinate aziende o nel campo della formazione?
Lino Ramelli, candidato al Gran Consiglio per il PLR

