Mattea David
Lavoro di cura per amore. Ah, no.
Redazione
27.03.2023 10:29

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Il sistema
economico e sociale in cui viviamo considera il lavoro domestico e di cura un
lavoro gratuito, spesso affidato alle componenti femminili della famiglia. Nel
contempo, il sistema associa un valore monetario alle stesse identiche attività
se queste vengono svolte da una persona esterna all'economia domestica (come il
personale di assistenza agli anziani o educativo in un asilo). Il lavoro
domestico e di cura, quello che facciamo in casa, è tuttavia un lavoro a tutti
gli effetti. Non lo facciamo solo per amore o per vocazione e ci andrebbe,
allora, riconosciuto e pagato.
Mi sono chiesta
cosa abbia provato quel giudice spagnolo che qualche settimana fa ha
riconosciuto un'indennità maggiore di 200mila euro a una casalinga di
Vélez-Málaga, la signora Ivana Moral, che ha scelto di divorziare dopo 25 anni
di matrimonio. È il codice civile spagnolo che riconosce questa possibile
indennità. Me lo sono chiesta perché sentenze di questo tipo hanno una valenza storica,
fanno parte di un principio di rivoluzione. La signora Moral ha richiesto e
ottenuto da un giudice un risarcimento dal marito per il lavoro domestico e di
cura svolto per metà della sua vita, a scapito di una sua eventuale carriera
professionale. Carriera che ha lasciato fare a lui, come spesso accade, mentre
lei ha lavorato dietro le quinte, essenziale per la quotidianità di lui. È come
se il marito l'avesse pagata, in ritardo e con effetto retroattivo, per i suoi
servizi. O, dal nostro punto di vista, sottopagata: 200mila euro in 25 anni
sono poco più di 600 euro al mese per un lavoro che, spesso, supera le 8 o 9
ore giornaliere.
Il lavoro
domestico e di cura non pagato, l'unpaid full-time work, ha un valore stimato
di 11 trilioni di dollari. Lo dice uno studio indipendente dell'International
Labour Organization. Questa è la cifra che andrebbe riconosciuta a tutte le
casalinghe e i casalinghi, le e i caregiver attivi in questo momento. È il loro
stipendio mancato, quello che non viene loro riconosciuto. 11 trilioni di
dollari sono tanti, difficili da immaginare, così come tante sono le
lavoratrici e i lavoratori invisibili toccati da questo dato. 674 milioni di
persone, di queste 606 milioni sono donne. La sociologa femminista Silvia
Federici ci accompagna nella riflessione con una citazione del 1974: "Lo
chiamano amore, noi lo chiamiamo lavoro non pagato". Un lavoro non pagato
che andrebbe riconosciuto. Dovremmo batterci, come lei, per un salario minimo
alle casalinghe (e ai casalinghi, quando esistono). A tutte le signore Moral,
là fuori.
Il lavoro
domestico e di cura comprende una serie di attività che richiedono competenze
specifiche. Citando qualche inglesismo, multitasking, problem solving, time e
team management, proactivity. Soft skill che, in aggiunta a una generale
attitudine a lavorare sotto pressione e in balia degli imprevisti, negli uffici
delle imprese vengono riconosciute e valorizzate (socialmente, moralmente e
economicamente). Quando parliamo di caregiver, parliamo di persone che hanno la
responsabilità di sostenere e accompagnare un'altra vita, di coordinare una
rete parentale, amicale o di aiuto, di gestire numerosi impegni e incombenze.
Senza ferie, senza sosta; senza soldi, senza riconoscimento. Spesso parliamo di
donne che devono chiedere soldi al marito per potersi comprare qualcosa o che
non possono scegliere di separarsi o divorziare perché hanno paura di non
farcela da sole (soprattutto quando ci sono dei figli). Donne che si dedicano
al lavoro domestico e di cura a scapito di un reddito, di un patrimonio o di
un'esperienza professionale.
Dove c'è casa,
per molte e alcuni, c'è lavoro. Un lavoro che chiede riconoscimento e tutela,
come quella che ha preteso e ottenuto la signora Moral dopo una separazione. Le
prime risposte stanno arrivando: il lavoro domestico e di cura ha un valore,
anche economico. A noi spetta riconoscerlo, ancora di più.
Mattea David, candidata al Gran Consiglio PS - GISO - Forum Alternativo

