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Siamo tutti un po’ cypherpunk?
Redazione
08.11.2022 05:26

Per molti è ormai abitudine scambiarsi documenti tramite WhatsApp, inserire i propri dati personali in un sito web per registrarsi ad un servizio online, o ancora archiviare le proprie foto online nel cosiddetto “cloud”. Spesso diamo per scontato che i nostri dati personali siano al sicuro. Un tema attuale messo in evidenza dal mondo dei cypherpunk.
Forse non è chiaro
il termine cypherpunk, ma potremmo
aver già sentito parlare di cyberpunk. L’espressione
fu coniata da Bruce Bethke, che nel 1983 pubblicò un racconto intitolato,
appunto, “Cyberpunk”. I protagonisti di questo tipo di narrazione sono spesso
degli individui con un atteggiamento ribelle e critico verso la società,
vestiti in stile punk caratterizzato
da acconciature particolari ed estensioni robotiche del proprio corpo al limite
degli umanoidi, ovvero uomini con componenti meccaniche e computerizzate. Il
cyberpunk è un genere più che mai attuale, tanto da venire riproposto da
Netflix e la sua serie animata “Cyberpunk:
Edgerunners”.
Eppure cyberpunk non si riferisce soltanto ad
una concezione fantascientifica di serie TV o videogiochi. Il cyberpunk infatti si sviluppò
inizialmente come genere letterario incorporando in sé la critica dello
sviluppo senza limiti della tecnologia e del suo uso oppressivo da parte di
governi futuristici. A partire dagli anni ‘80, William Gibson e Michael
Sterling, tra i più noti autori di cyberpunk,
scrissero più di una ventina di storie su questo tema. È lo stesso Sterling a
descrivere in “Mirrorshades” i temi
centrali del cyberpunk relativi alla
realtà della società post-industriale: realtà virtuale, biotecnologia,
cibernetica, circuiti elettronici impiantati nei personaggi. Le nuove
tecnologie vengono utilizzate quindi come mezzo per esprimersi - da qui la
parola cyber - contro una società
opprimente e consumistica - da cui l’atteggiamento punk.
Da una visione non
troppo distante dagli ideali sopra descritti, si ispirano i cypherpunk negli anni ‘90. Seppur simili
nel nome, i cypherpunk non sono parte
di una sfera letteraria fantascientifica, bensì teorizzano e sviluppano
soluzioni ancorate ai problemi della società attuale. Inoltre, i cypher non hanno un’estetica comune,
come invece accade nel mondo cyberpunk
con uomini-macchina in stile punk. I cypherpunk
sono individui dalle più svariate professioni. Tra essi possiamo identificare attivisti,
hacker, ricercatori, informatici, imprenditori delle più avanzate tecnologie
informatiche, ma anche politici impegnati nel voler tutelare la privacy degli
utenti online attraverso l’uso della crittografia. Se il concetto di ribellione
“punk” resta invariato, il
cambiamento è descritto dalla parola “cypher”,
che in italiano fa riferimento al verbo cifrare, ossia codificare.
Questo obiettivo è reso chiaro da Eric
Hughes, matematico e figura chiave del movimento, che nel proprio Manifesto cypherpunk del 1993
scrive: “Quando
chiedo al mio provider di posta
elettronica di inviare e ricevere messaggi, il mio provider non ha bisogno di sapere con chi sto parlando o cosa sto
dicendo o cosa gli altri mi stanno dicendo. [...] Quando la mia identità viene
rivelata dal meccanismo sottostante la transazione, non ho più privacy.” Tuttavia per
Hughes privacy non è sinonimo di segretezza,
la quale assume il significato di occultazione delle informazioni, bensì il
potere dell’utente di scegliere in modo selettivo quando e a chi rivelare se
stesso. Fu sempre Hughes a coniare l'espressione che li avrebbe definiti “cypherpunks write code”, ovvero “i cypherpunk scrivono codice". Dove
il codice da scrivere in questione era un sistema per mantenere la segretezza e
al contempo l’autonomia nel rivelare le informazioni a chi si vuole. Nel mondo cypherpunk, la
codifica è quindi il sistema con cui proteggere la propria privacy dagli attori come i provider che fungono da intermediari
online.
In questo contesto vediamo un legame con
i movimenti del free software emersi
all'inizio degli anni Novanta. Come messo in evidenza dai prof. Gabriele Balbi
di USI e prof. Paolo Magaudda nel loro libro “Media digitali. La storia, i contesti sociali, le narrazioni”
proprio negli anni Novanta divenne effettivamente disponibile un sistema
operativo, che venne chiamato Linux, libero e costantemente migliorabile dagli
utenti. Come riportato nel libro di Balbi e Magaudda, sebbene la diffusione di
Linux nei personal computer non abbia mai raggiunto percentuali significative
di mercato “Linux nel corso degli anni ha assunto un rilevante ruolo simbolico,
in grado di rendere più visibile il movimento dell’open software e collegare il computer e l’uso della rete a
questioni più direttamente politiche, ponendo le basi per l’affermazione di una
più ampia sensibilità nei confronti di una cultura open in differenti campi della società”.
Un esempio di tutela della privacy degli utenti online attraverso
l’uso della crittografia nella quotidianità è quello delle applicazioni di
messaggistica. Gli utenti di WhatsApp hanno magari già visto la dicitura “crittografia end-to-end” che appare
sullo schermo del proprio dispositivo accompagnata dall’icona di un lucchetto
all’avvio di una nuova conversazione. È infatti dal 2016 che WhatsApp utilizza
questa soluzione per tutelare le conversazioni degli utenti sulla piattaforma.
Dal momento che aggiungiamo un nuovo contatto, l’applicazione crea una coppia
di chiavi tra i due utenti. Queste chiavi sono private e rimangono all’interno
solo dei due dispositivi. Anche se i nostri messaggi passano dal server del
proprietario di WhatsApp, l'azienda - cioè Meta, di cui fa parte anche Facebook
- non dovrebbe essere in grado di decodificare i nostri messaggi.

L’obiettivo di queste soluzioni crittografiche è quello di
garantire una connessione criptata, ovvero di assicurare che le informazioni,
come anche password o numeri di carte di credito, rimangano private nel mondo
digitale. Questi sistemi proteggono la privacy
degli utenti durante l’interazione con applicazioni o piattaforme che si
basano sull’utilizzo di Internet per il proprio funzionamento. Tuttavia, va
considerato che alcune piattaforme permettono l’accesso ai contenuti per
indagini di polizia, una sorta di accesso ai nostri messaggi da una “porta
secondaria” detta “backdoor”. Non è
il caso ad esempio del servizio di Telegram, simile a WhatsApp ma che non
permette alcuna soluzione di accesso “backdoor”
supportando in pieno il concetto di scambio di comunicazioni criptate.
Il mondo cypherpunk trova come motore per il suo sviluppo non solo i temi
della decentralizzazione ma considera
pertanto la crittografia come aspetto centrale per un web libero.
Sono passati ben 30 anni dalle prime
riflessioni cypherpunk, che sono
rimaste in secondo piano rispetto all’esplosione e propagazione del
mondo di Internet. Tuttavia si tratta di riflessioni lungimiranti che risultano
oggi
quanto mai attuali e legate alla percezione contemporanea di problemi come la privacy o la sicurezza. D’altronde
quando oggi mettiamo in dubbio la segretezza dei nostri dati personali mentre
ci iscriviamo su un sito web, oppure quando inviamo documenti utilizzando una chat, possiamo dire che siamo un po’ cypherpunk anche noi.
Articolo di: Maria Luisa
Giannetta e Mjriam Prudente

