Web 3.0: capirlo e orientarsi
Metaverso: origini, tratti chiave e sfide
Redazione
22.02.2023 06:08

a cura di Lugano Living Lab - Città di Lugano e Istituto di Media e Giornalismo - USI
Contenuto pubblicato su mandato del partner inserzionista, che ne assume la responsabilità redazionale.
Dire cosa sia il metaverso non è così facile come sembra.
Sebbene non sia un termine affatto nuovo, la sua realizzazione e il suo stesso
concetto appaiono essere ancora indefiniti. In poche parole, lo si può cercare
di descrivere come un universo digitale immersivo, un luogo in realtà virtuale
la cui finalità nell’immaginario comune è quella di trasportarci lontano dal
mondo fisico. Verso uno spazio parallelo. Un'esperienza immersiva, che cerca di
superare i confini dello schermo del telefono.
Se l’idea del
metaverso come la conosciamo nella letteratura, nei film e nelle serie TV, non
è cambiata di molto, la sua rappresentazione si è invece evoluta insieme alla
tecnologia e all’estetica moderna. Da chip nel cervello attivati grazie a un
floppy disk a occhiali ipertecnologici, i cosiddetti smart glasses, che sono la porta per vasti spazi digitali. Ma anche
se l’aspetto del metaverso è cambiato, il suo spirito non è mai davvero mutato
del tutto: una realtà virtuale immersiva dove incontrarsi, poter fare acquisti,
seguire un concerto e altro ancora.
Ai suoi albori, il
termine metaverso suscitava un immaginario negativo. In Matrix (1999), il film
di fantascienza delle sorelle Wachowski, il protagonista Neo interpretato da
Keanu Reeves è intrappolato in una realtà virtuale condivisa, dalla quale deve
cercare di fuggire per riscoprire il mondo reale. Al contrario oggi il
metaverso, forse, ha acquistato anche accezioni positive come forma avanzata di
intrattenimento, soprattutto se si pensa alla sua natura videoludica. Eppure,
al cinema e nella letteratura la sua rappresentazione è ancora ben contraria da
quella che Mark Zuckerberg, CEO di Meta, ha avanzato tramite il suo progetto Horizon Worlds.
Le origini del termine
È Neal Stephenson
che nel 1992 con Snow Crash, un romanzo in stile cyberpunk, utilizza per la
prima volta il termine metaverso. Anche con Stephenson, tuttavia, il
significato stesso della parola che ha coniato non era del tutto evidente. In
un contesto di un’America ultra capitalista e guidata dalle multinazionali, il
metaverso viene descritto come una realtà virtuale in 3D. Una sorta di sogno
condiviso grazie a una rete mondiale a fibre ottiche, che però si scopre essere
pericoloso per chi ci si immerge. Il significato di metaverso potrebbe anche
essere dedotto dal suo nome stesso, soprattutto se scomposto. Si puo’ infatti
far riferimento all’etimologia del termine “meta”, dal greco, oltre, dopo, per riferirsi ad una
situazione di evoluzione e cambiamento, con accezione di superiorità e
miglioramento. “Verso” invece fa riferimento a universo, in questo caso alternativo e/o immaginario. Tuttavia, il
concetto di un mondo virtuale che sostituisce quello reale, è esistito ben
prima della parola metaverso e del libro Snow Crash. Anticipato da Philip K.
Dick, in libri come I giocatori di Titano
(1963), Mr. Lars sognatore d’armi (1967), e altri racconti, è in realtà
William Gibson, scrittore, a concepire quello che chiamiamo oggi metaverso come
un cyberspazio. Per Gibson, esso consiste in più realtà virtuali nelle quali
gli utenti possono immergersi, descrivendo così l’idea base del metaverso.
Il metaverso di oggi: esiste o no? / Cosa ci offre il
metaverso?
Seppur siano
presenti iniziative che presentano ipotesi di metaverso, è difficile affermare
che il metaverso sia già un esperimento riuscito. «Ad
oggi il metaverso ancora non esiste, poiché si tratta di un qualcosa in
ideazione» ci racconta Eleonora Benecchi, Docente e
ricercatrice presso la Facoltà di comunicazione, cultura e società
all’Università della Svizzera italiana. La realtà è che ci sono punti di vista
differenti su cosa debba essere o meno il metaverso. Da chi ne parla come una
rete di mondi virtuali, probabilmente in 3D, a un rebrand di internet e al concetto stesso di web. Spesso, inoltre,
la descrizione del metaverso si interseca con i social media, rappresentando
un'evoluzione oppure un’estensione. Eppure, ci spiega Eleonora Benecchi, più
che guardare ai social bisognerebbe fare attenzione al mondo dei videogiochi.
Non è un caso che la stessa Microsoft, detentrice della console XBox, sia un
altro player all’interno di quest’industria. «Più che vedere il metaverso come
un’evoluzione dei social, lo si dovrebbe considerare come un’evoluzione di
questi spazi di gioco», dice la Professoressa Benecchi. Tuttavia, sebbene non
sia appropriato parlare di metaverso come un modo di ampliare i social media, è
probabile che esso proponga dei meccanismi che sono alla base di queste
piattaforme. Ad esempio l’uso dell’avatar, che in qualche modo corrisponde
all’avere un’immagine del profilo ma in 3D. Il metaverso, secondo Ball, autore
del libro The Metaverse. And how it will
revolutionize everything, avrà un’economia propria, ma comprenderà
tecnologie che esistono già e che lì troveranno un’interoperabilità.
La particolarità
del metaverso, plausibilmente, consiste nel proporre il concetto di incontro
casuale in uno spazio immersivo. Se i social media sono un mezzo con cui
mostrare sé stessi, le proprie passioni, il proprio stile, il metaverso sembra
voler essere un luogo dove vagare senza meta, con l’obiettivo di fare nuove
conoscenze. «L’idea di fondo è quindi di creare un posto in cui la nostra vita
sociale online sia più vicina a quella fisica». Quindi, invece di pianificare
un incontro, possiamo immaginare di esplorare il metaverso in un’esperienza
condivisa non programmata.
Le sfide
Un metaverso unico,
integrato e scalabile, oppure ogni azienda ne proporrà uno proprio? Al momento
la seconda direzione sembra quella intrapresa, almeno finché un metaverso
diventi quello predominante. «Bisognerà decidere uno standard,» sostiene la
Professoressa Benecchi. «Proprio come il VHS è stato per le videocassette».
Sarà il bisogno di un mondo virtuale immersivo, espanso e inglobante a dar vita
a uno standard unico.
Ma un mondo così
vasto e teoricamente infinito, ha bisogno di essere popolato da contenuti.
Crearli solamente
tramite uno sviluppo professionale è, al momento, oneroso. Dunque, possiamo
immaginare anche per il metaverso che il futuro sia nei contenuti generati
dagli utenti, proprio come accade nei social media come YouTube, Instagram,
TikTok, ecc.? A questo punto è facile pensare che a risentirne sarà la qualità
dei contenuti a fronte di una loro quantità infinita: cosa o meno pubblicare?
Con quali competenze? Si ricorrerà all’intelligenza artificiale (AI)? Già in
altri ambiti, come nella musica, esistono delle applicazioni che si affidano
all’intelligenza artificiale per aiutare gli utenti nella produzione di
contenuti. Quindi abbiamo già degli esempi di come l’AI può semplificare il processo
di creazione di contenuti. Con l’AI e la presenza delle aziende nella creazione
del Metaverso si torna (tornerà) tuttavia a parlare di protezione dei dati e
della propria identità online. A questi quesiti, si aggiunge anche il legame
con il mondo del web 3.0 e il tema della decentralizzazione. Di questo, ne
parleremo nel prossimo articolo.
Articolo di: Mjriam Prudente e Maria Luisa
Giannetta

