Ticino
Violenza domestica, “è legata a una cultura patriarcale difficile da estirpare”
Redazione
13 giorni fa
Intervista alla criminologa e psicologa Roberta Bruzzone, che in questi giorni ha tenuto una conferenza di sensibilizzazione sul tema a Chiasso.

“Quanto l’amore diventa una trappola mortale”. Questo il titolo di una conferenza di sensibilizzazione che si è tenuta giovedì sera a Chiasso alla presenza della criminologa e psicologa forense Roberta Bruzzone. Un fenomeno, quella della violenza domestica, che tocca anche il nostro Cantone, con i media tre interventi al giorno da parte della polizia. Una situazione difficile da arginare, secondo la criminologa, con cui abbiamo aperto una discussione sul tema. “Le problematiche sono fortemente caratterizzate da copioni che sono più o meno sempre gli stessi”, racconta ai microfoni di Ticinonews. “La problematica è di tipo patriarcale: evidentemente anche il Ticino non è esente da questo tipo di aspetti. Nella mente di molti uomini, purtroppo, le donne sono cose che appartengono a loro e che non possono assolutamente sottrarsi al loro potere. Questo scatena dinamiche estremamente tossiche prima, e poi maltrattamenti fisici fino ad arrivare all’omicidio. Sono problematiche assolutamente trasversali”.

È un fenomeno di cui si parla sempre più spesso rispetto al passato, ma ancora si fa fatica. Come mai?

“Parlarne non basta. Dobbiamo elaborare dei modelli educativi, soprattutto dei modelli di distribuzione del potere tra i generi, diversi rispetto a quelli attuali. Continuare a parlarne, ma allo stesso tempo continuare anche a livello educativo a promuovere questi tipi di modelli, non sortisce grandi risultati”. 

Lei parla spesso di trappola mortale. Come si finisce in questa trappola?

“Assecondando quelle che sono delle aspettative culturali condivise. La maggior parte delle donne vittime di maltrattamenti sono donne che hanno un uomo che ha cominciato a trattarle male. Nonostante ciò, non si sono riparate, ritenendo essenzialmente corretto essere trattate in questo modo. La maggior parte di queste vittime ha introiettato un'idea di sé di minor valore rispetto all’uomo che ha di fianco. Molte donne ancora oggi confondono l’amore con il controllo. È abbastanza facile scivolare in queste situazioni".

C'è una sorta di copione da parte del carnefice, se così si può definire?

"C’è un copione di tipo culturale. La maggior parte di queste storie inizialmente si propone come la risposta a tutti i bisogni e desideri della partner. La favola iniziale tipicamente è abbastanza frequente. Poi però molto rapidamente si sgretola e sbiadisce. Si passa gradualmente ad una condizione da vero e proprio incubo. Il soggetto che ha agganciato la propria partner a quel punto ritiene di aver ormai pieno possesso e rivela la sua parte più distruttiva. È già ampiamente presente all’inizio, solo che non viene mostrata. Molte donne, quando quella parte emerge, non entrano in protezione di sé stesse, ma si convincono che il soggetto sia cambiato perché sono loro a sbagliare modalità di relazione. Questo purtroppo è un abbaglio che trattiene moltissime donne all’interno di queste relazioni per anni".

Ci sono delle armi di difesa che si possono mettere in atto?

“Le principali difese sono quelle di natura psicologica e di consapevolezza. Bisogna riconoscere rapidamente quali sono i segnali di una relazione potenzialmente tossica. Due i principali: controllo e isolamento rispetto alla rete amicale, sociale, famigliare di riferimento. Una volta identificati questi parametri, bisognerebbe avere la struttura di porre termine a quella relazione. Li subentrano tutta una serie di pastoie, non solo psicologiche ma anche culturali. Oggi come oggi se una donna non ha a fianco un uomo è come se fosse in qualche modo merce avariata. Molte donne hanno introiettato queste idee e si tengono delle mele marce tra i piedi perché questo le rende socialmente adeguate e le fa sentire all’interno di un perimetro in cui vengono considerate normali. Questo è il grosso problema. Il patriarcato è stato abilissimo in questi secoli a tradursi come modalità più normale, equilibrata e la migliore possibile. In realtà non è così, ma la maggior parte delle persone pensa il contrario".