
Conferenze, riunioni e discussioni. Gli occhi del mondo in questi giorni sono stati puntati sul World Economic Forum di Davos. La città grigionese ha attirato migliaia di esponenti del mondo economico, politico, scientifico e culturale, tra cui personalità del calibro del presidente statunitense Donald Trump. Un evento simile richiede un enorme apparato organizzativo e un vasto dispiegamento di militari, agenti di polizia e paramedici. «Abbiamo potenziato in modo importante il nostro dispositivo nelle fasce orarie del WEF e rafforzato il servizio notturno. Riceviamo inoltre un supporto intercantonale», spiega Giacomo Della Pietra, soccorritore del Rettungsdienst Davos. «La nostra è una realtà geograficamente discosta – i servizi ambulanza più vicini sono a 30-40 minuti – e il World Economic Forum è il tipo di meeting che può comportare determinati rischi. Per tutte queste ragioni, abbiamo consolidato la nostra capacità di intervento».
I rischi
Operare in un contesto dinamico e talvolta caotico come quello del forum richiede una certa consapevolezza. «Il fatto di avere qui dei “vip” di per sé non cambia il nostro lavoro; noi dobbiamo garantire il pronto intervento come sempre. Il nostro scopo è far sì che tutti possano ricevere i soccorsi come avviene abitualmente». Bisogna però considerare che «le opinioni di una persona come Trump, condivisibili o meno, possono provocare delle reazioni - pensiamo ad esempio a delle manifestazioni - e quindi problemi di sicurezza». Ciò può avere due conseguenze. «La prima, diretta, è che la situazione degeneri e sfoci in violenze, causando il ferimento di persone». La seconda «è che dei manifestanti, anche pacifici, blocchino le strade, rallentando un nostro intervento. Occorre prendere consapevolezza di ciò: non stiamo più operando nella Davos degli sciatori, ma in un contesto in cui si discute di temi delicati a livello mondiale e può capitare di dover intervenire in ambienti non sicuri».
«Essere in grado di reagire»
Una delle minacce segnalate alla vigilia del WEF era quella del terrorismo. «Il piano di sicurezza viene stabilito a tavolino ed è efficace. Dopodiché, è impossibile mettere in atto tutte le variabili. Bisogna saper reagire», prosegue Della Pietra. La differenza tra un evento naturale e uno violento «è l’intenzionalità: nella valanga non c’è volontarietà, in un’aggressione sì. E questo rappresenta un elevato rischio per noi, perché la violenza può anche essere diretta contro i soccorritori o i loro pazienti». Ragion per cui «siamo formati sulla medicina tattica, che si occupa di studiare il lavoro sanitario in ambienti ad alto pericolo. Prima del WEF, tutti noi abbiamo ricevuto una preparazione di base in tal senso». La possibilità che capiti un attentato «è remota, ma dobbiamo essere in grado di farvi fronte e sapere come muoverci. In molte regioni della Svizzera la minaccia terroristica non è percepita, ci sentiamo sempre “al sicuro”. A livello di prevenzione si potrebbe fare di più».
Un’esperienza esaltante
Malgrado l’attenzione ai massimi livelli, operare in un ambiente come quello del WEF è anche stimolante. «Io mi sono trovato molto bene e non ho percepito uno stress particolare. In questi casi vi sono semplicemente più variabili da considerare e viene richiesto un impegno maggiore, ma è bello lavorare collaborando con tante persone nuove», conclude Della Pietra.

