Si suicida ma nessuno lo dice. Perché è ancora un tabù?
Il primario di psichiatria acuta di San Gallo Nord spiega l’effetto Werther, il motivo per cui non si raccontano i suicidi
Redazione
Si suicida ma nessuno lo dice. Perché è ancora un tabù?
Si suicida ma nessuno lo dice. Perché è ancora un tabù?

Ore 5.30, la circolazione dei treni sulla tratta Melide-Lugano viene interrotta. Le comunicazioni ufficiali delle FFS non motivano l’interruzione. Solo più tardi, su sollecitazione dei media, chiariscono che si tratta di un incidente. Come accade quasi sempre in Svizzera, però, nessuno racconta cos'è davvero accaduto: una persona si è tolta la vita gettandosi sui binari. Ma l'omissione è una prassi adottata da autorità e media senza quasi eccezioni. Addirittura fino al 2015 le FFS parlavano di “incidente con persone”, ma smisero per evitare l’effetto emulazione. Effetto WertherIn psichiatria l’emulazione, o suicidio mimico, viene chiamata “effetto Werther”. Il romanzo 'I dolori del giovane Werther' di Johann Wolfgang Goethe, infatti, balzò agli onori della cronaca perché “dopo la pubblicazione, in Germania c’è stata una serie di suicidi collegabili al romanzo”, spiega Ermanno Pavesi, primario di psichiatria acuta del servizio di psichiatria San Gallo Nord. Il medico trapiantato nella Svizzera orientale già nel 1990 aveva pubblicato uno studio sull'effetto Werther. “La storia di Goethe descriveva il suicidio di un giovane, molti si tolsero la vita tenendo in tasca una copia del libro. Lo scrittore aveva descritto cosa indossava il protagonista quando si è tolto la vita, molti si vestirono così per suicidarsi”, continua lo psichiatra. All’epoca in alcuni Länder ne fu addirittura vietata la pubblicazione.

Tabù sui mediaÈ per questo motivo che le FFS, ma anche polizia e altre autorità, pubblicizzano il meno possibile i suicidi che avvengono in Svizzera. E non si tratta di un fenomeno da poco, negli ultimi anni i suicidi sui binari si sono attestati tra i 120 e i 140. Ma ha un senso questa scelta? “Gli specialisti sono d’accordo sul principio di non parlarne troppo. È pericoloso, soprattutto, quando si descrive il gesto o si cerca di spiegarne motivazioni psicologiche”, spiega Pavesi. È in questi casi, infatti, che aumenta il rischio di emulazione: “Una persona che si trova in una crisi analoga, o che si identifica in quella situazione, potrebbe arrivare alla conclusione che il suicidio sia l’unica via d’uscita, l’unica risposta possibile”. Ecco quindi che la comunicazione, se indispensabile, deve essere il più succinta possibile. “Alla stampa viene raccomandato di dare il minor numero di particolari sul metodo o sulle possibili motivazioni. In particolare bisogna evitare il rischio di ‘quasi giustificare’ il suicidio”.

Cosa fare?Il problema, nell’epoca dei social network e dell’informazione che arriva da chiunque e da ovunque, è di trovarsi fermi su un treno fermo in stazione senza informazioni da parte delle FFS, ma scoprire da Facebook che ambulanze e polizia sono al lavoro sul luogo del suicidio. Proprio ciò che è successo a molti questa mattina. Anzi, molti si sono lamentati dei disservizi delle Ferrovie, salvo poi sentirsi insensibili una volta scoperto cos’era successo. “Una possibilità è quella di presentare l’evento come un incidente e non come un suicidio”, suggerisce Pavesi. “Bisogna evitare che qualcuno possa identificarsi, magari proprio quando si trova in stazione aspettando il treno, e pensare che l’unica soluzione sia di gettarsi sotto il treno”.

TrediciL’effetto Werther ha fatto parlare in tempi recenti in seguito all’uscita della serie Tredici su Netflix, in cui veniva a lungo trattato il suicidio di una adolescente e le motivazioni che l’hanno portata al gesto. “Nel periodo in cui è stata trasmessa in Svizzera si è parlato di una quarantina di tentativi di suicidio solo nella regione di Zurigo”, ci racconta Pavesi.

Bisogna sensibilizzareQuindi che fare? In un’epoca in cui ogni cosa è svelata e pubblica, il fatto che il silenzio sia l’unica soluzione ci confonde. “La prevenzione migliore sono la sensibilizzazione e i gruppi di auto-aiuto”, spiega Pavesi. “Bisogna sensibilizzare su certe tematiche, come la depressione”. Malattia spesso poco conosciuta e quindi poco affrontata. “In alcune regioni vi sono alti tassi di suicidi, per esempio ad Appenzello Interno. Il problema è che molte persone hanno difficoltà ad accettare la depressione perché non ne conoscono i sintomi. Credono solo di essere pigri, hanno sensi di colpa, ma non cercano aiuto. Continuano così finché non ce la fanno più”, conclude Pavesi.