"È imbarazzante"
Il direttore della SUPSI Franco Gervasoni si esprime sul caso degli studenti stranieri respinti. Intanto gli studenti insorgono online
Redazione

Il caso dei tre studenti stranieri che si sono visti negare il permesso di dimora per seguire un Master presso la Scuola Dimitri di Verscio, sollevato in un’interrogazione da parte del deputato Francesco Cavalli, è solo la punta dell’iceberg. Il fenomeno riguarda infatti anche gli atenei SUPSI e USI, confrontati con diverse decine di studenti “respinti” dall’Ufficio dell’immigrazione cantonale.

Una casistica che è aumentata nel corso di quest'ultimo anno e che pone non pochi problemi sia agli studenti che agli istituti scolastici stessi, prima di tutto a livello finanziario. Uno o due studenti in meno possono infatti fare una grande differenza per quei programmi di formazione continua che hanno un quorum limitato. Per il Master di teatro alla scuola Dimitri, per esempio, che prevede un massimo di 8 studenti, la retta annuale è di 50mila franchi. Respinti quei tre che si sono iscritti, fanno già un buco di 150mila franchi. Un master, oltrettutto, di ampio respiro internazionale indirizzato anche a studenti stranieri.

Ma non si tratta solo di corsi formativi, si parla anche di progetti di ricerca bloccati. “A due dottorande del Brasile” ci spiega il direttore della SUPSI Franco Gervasoni “è stato negato il permesso di dimora, cosa che ha avuto conseguenze per il progetto di rete nazionale. Il sistema universitario rischia così di chiudersi in sé stesso. È contradditorio e antitetico alla politica dell’Università”.

Le defezioni obbligate hanno anche una serie di conseguenze, anche gravi, per gli studenti. Alcuni hanno già pagato la retta e lasciato il lavoro in patria, per poi arrivare a Lugano e sentirsi dire che no, non possono seguire le lezioni. Un danno per il loro percorso formativo, nonché un danno d’immagine anche per l’Università che investe in pubblicità per attirare nuove leve.

“Dall’agosto 2013 il numero di queste casistiche è scoppiato” sottolinea ancora Gervasoni. Ma cosa è cambiato nel corso di un anno? “Le legge federali sono chiare, ma ora vengono applicate con maggior rigore”. Si tratta di direttive interne dell’Ufficio federale della migrazione che riguardano in particolare studenti provenienti da stati terzi (ossia al di fuori dell’UE), che hanno già superato i 30 anni di età e che sono già in possesso di una formazione. Il timore è infatti che il motivo che li spinge a volere studiare in Svizzera sia solo in realtà una scusa per poi installarsi e trovare lavoro. Una questione, quella degli studenti stranieri respinti, che non è solo prerogativa del Ticino, ma tocca anche gli altri Cantoni. A risentirne maggiormente sono proprio quelle città che attirano molti stranieri, come per esempio Ginevra e Basilea. “Anche i colleghi d’Oltralpe sono confrontati con questo tipo di problema e la tensione aumenta”.

“Le Università sono per definizione internazionali e quindi devono poter aprirsi al mondo” continua Gervasoni. “Rispettiamo il lavoro svolto dagli uffici federali e cantonali, che sono oberati di lavoro, e non mettiamo in discussione la legge, ma si tratta anche di capire se si tratta di abusi reali oppure di discriminazioni”.

Il Consiglio di Stato è pienamente cosciente del problema, ci dicono dai servizi cantonali competenti, ed è in contatto con gli istituti scolastici. Una tavola rotonda è infatti prevista nelle prossime settimane per poter discutere di possibili soluzioni.

“Abbiamo inoltrato una lettera al Governo, indicando i casi ingiustificati di studenti respinti" aggiunge Gervasoni. "Speriamo che l’incontro previsto possa chiarire i criteri con i quali vengono selezionati gli studenti e che i dossier sottoposti vengano riesaminati. Vogliamo anche informare in modo corretto i nostri futuri studenti, mettendo loro in guardia su possibili restrizioni, evitando così situazioni imbarazzanti come le abbiamo vissute fino ad ora”.

Nel frattempo anche gli studenti non se ne stanno con le mani in mano. Alcuni hanno inoltrato ricorso, altri hanno invece optato per una petizione online (clicca qui) per chiedere al Consiglio di Stato di riconsiderare la propria politica di rilascio dei permessi. In pochi giorni ha già raccolto 650 firme. 

LarS