Giudiziaria
Casa anziani di Sementina, "decreto d’accusa abortito”
©Chiara Zocchetti
©Chiara Zocchetti
2 mesi fa
Parola alle difese oggi a Bellinzona al processo per la gestione del covid nell’istituto comunale durante la prima ondata. Per gli avvocati difensori le decisioni del medico cantonale non hanno base legale.

L’assaggio lo si è già avuto ieri nel tardo pomeriggio quando ha preso la parola l’avvocato Edy Salmina, legale dell’ex capostruttura a processo con la direttrice sanitaria e il direttore amministrativo. La tesi di fondo delle difese, le cui arringhe sono continuate stamattina, è che le direttive emanate a marzo 2020 dal medico cantonale per la gestione del Covid nelle case anziani, “violate intenzionalmente” secondo l’accusa, sono sprovviste di una base legale sufficiente. “Senza legge non c’è delitto”, ha detto ieri Salmina. Di conseguenza, ha continuato Mario Postizzi stamattina parlando di decreto d’accusa “abortito”, il reato di reiterata contravvenzione alla Legge federale sulla lotta contro le malattie trasmissibili dell’essere umano non può essere imputato. Nello specifico, Postizzi ha parlato di “decisioni generali astratte e raccomandazioni” che non possono essere intese quali “provvedimenti” ai sensi della legge. Addirittura, ha continuato, la mancanza di un orizzonte temporale per quanto riguarda la sospensione di attività di gruppo e il divieto di accesso alle strutture “ne mettono in discussione la validità costituzionale”. “Siamo di fronte a scelte politiche limitate nel tempo nemmeno ratificate dal legislativo. Così facendo il Consiglio di Stato ha abdicato il suo potere, la possibilità di delega non sussisteva”.

Smontata la metodologia dei decreti d'accusa

Postizzi ha poi smontato la metodologia dei decreti d’accusa, la cui architettura, per il rapporto probatorio, ha detto, “è imbarazzante”. Ad esempio, “la correità” dei tre imputati, come se avessero agito secondo un piano, “è improponibile, in contrasto col diritto e con la realtà”. Nello specifico, si imputa alla sua assistita, la direttrice sanitaria, di non aver sorvegliato affinché il personale applicasse le norme. “Non ci sarebbe nemmeno la violazione diretta”. In tutto questo, ha continuato, “si trascura l’abnegazione, la paura, il sacrificio che riguarda tutti e tre gli imputati”. Una situazione straordinaria, d’emergenza, a cui se del caso potrebbe rispondere il diritto amministrativo, che permette più margine interpretativo, non quello penale. “Gli imputati, ha ancora detto Postizzi, non sono qui per vantarsi di essere degli eroi. Ma non accettano nemmeno di venir etichettati a vita”, ricordando la situazione di “stress, incertezza, con disposizioni che cambiavano di continuo e una logistica sfortunatamente inadatta”. Tanto più che gli stessi imputati, ha concluso, “erano potenziali vittime”. 

Nessuna correlazione

“Non c’è nessuna correlazione tra ciò che hanno fatto gli imputati e anche solo un morto in casa anziani”, ha rincarato l’avvocato Luigi Mattei, evocando a sua volta la sofferenza che ha fatto da sfondo a quel periodo. “Nessuno, ma proprio nessuno tra gli imputati ha mai pensato di agire contro qualcosa ma sempre in favore di qualcosa”. “Esattamente, ha sottolineato, come nessuno può dire di non aver sbagliato qualche cosa”, ricordando la frase di Giorgio Merlani sulla maggior probabilità di incontrare Miss mondo a carnevale piuttosto che il Covid arrivasse in Ticino. Mattei ha poi portato a titolo di esempio un rapporto del medico cantonale sulla gestione del Covid in un altro istituto, dove è stato impiegato personale positivo e non c’è stato tracciamento. Nessuna correlazione con i focolai, nessuna denuncia. “Come si può parlare di negligenza nel nostro caso? Una volta che il virus entra in una casa cosa si può fare?”, ha chiesto Mattei in aula. Anche Giorgio Merlani il 6 marzo, rimproverato su eventuali ritardi nella gestione, rispose “stiamo inseguendo qualcosa di più veloce di noi”. “I provvedimenti erano fatti per evitare che il virus entrasse nelle case anziani, perché si sapeva molto bene che qualora fosse entrato non ci sarebbe stato molto da fare”, ha continuato Mattei, ricordando che il suo assistito, il direttore amministrativo, è responsabile di 4 istituti. “In 2 di essi, ci furono 0 casi”. Senza dimenticare, ha ancora sottolineato il legale, la sotto dotazione di personale in quel periodo proprio a Sementina. C’era chi si ammalava, chi aveva paura. I tamponi tardivi? “Ricordiamoci che in quel periodo si era raccomandato di utilizzarli con parsimonia con chi presentava sintomi gravi”. Il diritto di girare fuori dalle camere? “Inalienabile”.  Anche Mattei, parlando nello specifico del suo assistito, ha detto che le accuse non reggono per rapporto alla mansione. “Tutti i suoi doveri di vigilanza, ha spiegato in aula, non potevano che essere eseguiti per interposta persona. “Il direttore poteva dare istruzioni, intervenire con i familiari ma alcune questioni come i controlli ai piani non potevano essere verificate da lui di persona”, ha concluso.

Per quanto invece riguarda le attività di gruppo, all'inizio le direttive chiedevano di "riorganizzare le attività" impiegando il personale e non facendo entrare esterni, tutelando la penetrazione del virus all'interno della casa.