Svizzera sempre dipendente dall’estero per le mascherine
Secondo un’inchiesta della NZZ la Confederazione non è riuscita a diventare indipendente, in due anni di pandemia, nel produrre mascherine su suolo elvetico
di Keystone-ATS/Lars
Svizzera sempre dipendente dall’estero per le mascherine
Immagine Shutterstock

La Svizzera voleva essere indipendente in materia di produzione di mascherine protettive, ma a due anni dallo scoppio della crisi del coronavirus la stragrande maggioranza di quelle vendute nei negozi continua a provenire dall’estero. Lo rivela un articolo della Neue Zürcher Zeitung (NZZ), che al tema dedica oggi una lunga inchiesta.

I primi passi per fabbricare mascherine su suolo elvetico
All’inizio della pandemia era subito emerso chiaramente quanto il paese dipendesse dalle importazioni di mascherine: vi furono restrizioni da parte dell’Ue e i prezzi delle mascherine cinesi salirono alle stelle. Erano i tempi in cui l’Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP) sosteneva peraltro che le mascherine non fornivano una protezione efficace alla popolazione. Vista la situazione non mancarono quindi gli appelli per un impianto nazionale di produzione. Già nel marzo 2020 la consigliera di stato zurighese Natalie Rickli aveva annunciato che il suo cantone e il governo federale avevano acquistato due macchine per la fabbricazione di mascherine. Gli impianti sono stati affidati all’azienda Flawa di Flawil (SG), che nel giugno dello stesso anno ha cominciato la produzione.

La maggior parte delle mascherine proviene dalla Cina
Ormai quasi nel terzo anno della pandemia, tuttavia, è chiaro che ancora oggi la grandissima maggioranza delle maschere protettive proviene dalla Cina e il futuro della produzione svizzera è incerto, afferma la NZZ. Oggi Flawa produce 75’000 FFP2 al giorno: la domanda è cresciuta per via di omicron, ma la progressione attuale non può nascondere il fatto che la produzione è redditizia solo in misura limitata. L’anno scorso le macchine dell’impresa sangallese sono state utilizzate in media solo al 25-30% della capacità. “Avremmo potuto produrre molto di più, ma la domanda non c’era”, afferma il Ceo Claude Rieser in dichiarazioni riportate dal quotidiano zurighese.

Enormi differenze di prezzo
Stando alla NZZ questo non sorprende, perché le differenze di prezzo sono enormi. Nel negozio online di Flawa una FFP2 costa 1,40 franchi, presso Coop è acquistabile a 80 centesimi. Il prezzo medio di importazione di una corrispondente mascherina era di più di 60 centesimi nel 2020, mentre nel 2021 si è quasi dimezzato, pur rimanendo superiore a quello di quasi 20 centesimi del 2019. Questo spiega perché i grandi distributori si approvvigionano all’estero. Lidl e Aldi esclusivamente in Cina, Coop per la gran parte, Migros pure quasi interamente: solo le protezioni per i bambini sono di fabbricazione elvetica. Unicamente il ramo sanitario rimane un fedele cliente della produzione svizzera.

Una garanzia da parte dello Stato
Secondo gli operatori del settore quindi servirebbe una garanzia da parte dello stato, con acquisti obbligatori da parte di Confederazione e cantoni. All’orizzonte non si vede però nulla del genere. I produttori cercano quindi di specializzarsi in articoli di nicchia, per esempio in mascherina trasparenti che permettono a chi ha problemi di udito di leggere i movimenti delle labbra. La Svizzera non ha quindi superato il suo problema di dipendenza dall’estero. Ma considerati i prezzi in calo e l’aumento della domanda in un anno, il 2021, caratterizzato da interruzioni senza precedenti delle catene di approvvigionamento “non è nemmeno necessario”, conclude la NZZ.

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