
In un'epoca di radicali assestamenti geopolitici, la Svizzera rischia di essere - insieme all'Europa - spettatrice passiva del proprio declino, perdendo nel giro di pochi decenni tutto il proprio benessere. È la dura analisi dell'esperto di geopolitica Remo Reginold, che lancia un monito: l'inazione oggi significa impoverimento e crescente dipendenza politica domani.
«Se la Svizzera continua a dormire, il nostro benessere è in pericolo», afferma l'esperto in un'intervista pubblicata oggi da 20 Minuten. La sua critica si rivolge a un mondo politico e a una società che, nella comodità del presente, sottovalutano la portata dei cambiamenti in atto nel mondo, dalla nuova guerra fredda tra USA e Cina alle politiche protezionistiche di Donald Trump, fino all'ascesa del cosiddetto Sud Globale.
Secondo Reginold quello con cui siamo confrontati oggi non è una congiuntura passeggera, ma l'epilogo di un processo iniziato almeno un decennio fa. «Ciò che stiamo vivendo oggi - la guerra in Ucraina, Trump, il Venezuela, la Groenlandia, Gaza e molto altro - è solo la punta dell'iceberg». Sotto la superficie, l'ordine mondiale che ha retto gli ultimi 80 anni sta vacillando.
Si dissolve la vecchia narrazione semplicistica dei «buoni» (Stati Uniti ed Europa) contro i «cattivi» (Cina e Russia). Paesi come l'India dimostrano come le alleanze siano ora fluide e strumentali: il primo ministro Narendra Modi si incontra con il presidente russo Vladimir Putin e allo stesso tempo si avvicina agli Stati Uniti, percependo la Cina come una minaccia comune. Nel frattempo Pechino gioca abilmente la carta del multilateralismo occidentale, mentre gli Stati Uniti, consci del loro ruolo di «Big Player», spostano il loro focus strategico verso l'Indo-Pacifico.
In questo contesto, le azioni dell'amministrazione Trump rappresentano, secondo l'intervistato una reazione disperata. «Ciò che fa Trump è puro americanismo. È il disperato dibattersi di una nazione in declino». Lo scopo, osserva, è uno solo: «Il mondo deve tornare a parlare dell'America». Una strategia che può funzionare nel breve termine, ma che finisce per accelerare il grande cambiamento in corso: l'ascesa del Sud Globale e il relativo declino dell'Occidente.
Per molti cittadini svizzeri queste dinamiche sembrano astratte e lontane. Eppure toccano direttamente il portafoglio e la sicurezza di tutti. «La nostra architettura di sicurezza degli ultimi decenni si basava su due elementi: la sicurezza fisica garantita dall'America e il benessere derivante dai prodotti a basso costo provenienti dall'Asia. Questo modello sta crollando».
La globalizzazione che ha garantito prodotti a basso costo e prosperità si sta frammentando. «La geopolitica influisce in modo molto concreto sui posti di lavoro in Svizzera e sul nostro stile di vita», avverte lo specialista. Il caso esemplare è quello di Meyer Burger, azienda bernese del settore solare un tempo fiore all'occhiello nel suo ramo che sta ormai chiudendo. «Mentre qui tutto era fermo a causa della pandemia i cinesi ci hanno superato tecnologicamente in brevissimo tempo e hanno aumentato la produzione con prezzi molto più convenienti. Non è stata una coincidenza, ma una strategia, e questo ha significato la fine dell'impresa, con la perdita di impieghi».
«Credo che i miei nipoti vedranno l'Europa e anche la Svizzera non più prosperi», si dice convinto il docente dell'Università di Basilea. «Alcuni analisti arrivano addirittura ad affermare che l'Europa, compresa la Svizzera, diventerà un paese del terzo mondo nel giro di pochi decenni. Non è la fine del mondo, ma storia contemporanea. Il periodo di massimo splendore di ogni impero è stato seguito dal declino. La giostra gira e l'attenzione si sta spostando verso l'Asia e più tardi anche verso l'Africa».
Il problema, secondo l'accademico, è che nella Confederazione non si sembra cogliere l'urgenza della situazione. «La Svizzera gestisce in misura crescente la sua ricchezza esistente, ma siamo a malapena ancora creativi: lo spirito pionieristico è scomparso», osserva amaramente. Il paese si è adagiato su una sicurezza percepita, alimentata da troppi anni di pace e dalla fiducia forse ingenua nella protezione offerta dalla neutralità. «La Svizzera non vede una crisi da troppo tempo, per sviluppare una comprensione della situazione di sicurezza».
Cosa fare, allora, per evitare lo scenario del declino? Stando a Reginold la risposta non può essere delegata solo alla politica. In una democrazia diretta come quella svizzera, la responsabilità è collettiva. «Dobbiamo confrontarci ora con questi cambiamenti: in politica, ma anche nella società», esorta. La sua ricetta per i cittadini è chiara: informarsi attivamente. «Sulla Cina e la sua politica, ad esempio, ma anche sulla cultura e il modo di pensare dei paesi che con ogni probabilità possederanno presto il maggior potere economico, militare e anche culturale». Abbandonare schemi binari: «Liberarsi dal pensiero rigido del 'quelli sono i cattivi' e partecipare a elezioni e votazioni con questi pensieri in mente».
Reginold invita anche a un ripensamento dell'approccio morale dell'Occidente. «I diritti umani sono sempre stati validi solo dove si guardava. La ricchezza dell'Occidente si basa in gran parte sul fatto che abbiamo calpestato i diritti umani nel Sud globale». È quindi ora di lasciare che la Cina abbia voce in capitolo, invece di indicare ipocritamente il dito contro il paese.
L'esperto non nasconde il suo scetticismo sulla possibilità di invertire la tendenza globale, ma crede che ci sia ancora spazio per un'azione intelligente. La Svizzera, con i suoi «asset» e la sua tradizione, può ancora ritagliarsi un ruolo in un mondo multilaterale che si sta riorganizzando. Ma il primo, fondamentale passo è svegliarsi. «Chi vuole capire come agiscono paesi come la Cina o l'India, deve conoscerne la cultura strategica: storia, mentalità, identità. Con una lente puramente occidentale non comprenderemo più questo mondo», conclude Reginold.

