Alla sbarra al TPF dopo 14 anni di indagine
Credit Suisse e una sua ex consulente dovranno presentarsi a Bellinzona per un caso di riciclaggio. L’inchiesta era iniziata nel febbraio 2008
di Keystone-ATS
Alla sbarra al TPF dopo 14 anni di indagine
© CdT/ Chiara Zocchetti

Dopo 14 anni di indagini Credit Suisse, in qualità di persona giuridica, e una sua ex consulente si troveranno fra alcuni mesi alla sbarra al Tribunale penale federale di Bellinzona (TPF) per un caso di riciclaggio che risale all’epoca in cui la Svizzera garantiva ancora il segreto fiscale ai clienti stranieri. Entrambi respingono completamente gli addebiti.

Il processo dovrebbe cominciare il 7 febbraio 2022 e terminare al più tardi il 3 marzo, ha indicato all’agenzia Awp un portavoce del TPF confermando una notizia pubblicata dalla Neue Zürcher Zeitung (NZZ). La sentenza sarà pronunciata nel secondo trimestre dell’anno.

Il rinvio a giudizio risale al dicembre 2020. La procura federale accusa la banca di non aver adottato i provvedimenti necessari per evitare che una banda criminale bulgara riciclasse fra il 2004 e il 2007 il provento della vendita di cocaina portata dal Sudamerica in Europa. “Credit Suisse respinge fermamente le accuse nei suoi confronti ed è anche convinto dell’innocenza della sua ex dipendente”, ha reagito un portavoce della banca.

Il Ministero pubblico della Confederazione (MPC) ha avviato l’inchiesta nel febbraio 2008. I tempi lunghi della giustizia elvetica vengono ampiamente tematizzati dalla NZZ, che riferisce anche come la donna incriminata, oltre a dover affrontare anni e anni di inchiesta, stia combattendo anche contro un tumore che riappare a scadenze regolari.

“Una durata così lunga del procedimento è insostenibile e contraddice persino le indicazioni della Commissione europea dei diritti dell’uomo”, afferma in dichiarazioni riportate dal quotidiano Frédéric Hainard, cioè il procuratore che avviò le indagini e che nel frattempo ha lasciato il MPC, per lavorare oggi come avvocato.

Stando alla testata giornalistica fra le prime decisioni di Hanad vi era stato l’ordine di mettere in detenzione preventiva l’indagata (per due settimane), secondo quanto da lei affermato senza avvertire il marito, che avrebbe dovuto occuparsi di un neonato. A detta dell’ex procuratore comunque il caso non era complesso. “Un tale procedimento deve essere concluso al massimo dopo quattro o cinque anni, qualunque cosa diversa è disumana”, ha riferito al giornale.

Stando alla NZZ per Credit Suisse la vicenda potrebbe forse essere fastidiosa a livello di immagine, considerata l’accusa di aver aiutato la mafia bulgara a riciclare denaro sporco, mentre le conseguenze finanziarie appaiono relativamente limitate: la banca rischia una multa massima di 5 milioni e la confisca degli utili realizzati. Poca cosa per un istituto che quest’anno ha perso miliardi di franchi a causa dei dissesti della società anglo-australiana Greensill Capital e dell’americana Archegos Capital.

Diversa è la situazione personale della consulente, una ex sportiva professionista di origine bulgara che operava, con facoltà limitate, all’interno di un team, a suo avviso più come traduttrice che come bancaria. Era stata reclutata nel 1999 da UBS, quando si trovava in Svizzera a fine carriera sportiva per curarsi da una lesione e in tempi in cui gli istituti cercavano persone in grado di gettare ponti verso la lucrativa clientela dell’est Europa. Nel 2004 aveva poi ricevuto un’offerta del concorrente Credit Suisse e aveva cambiato quindi sede di lavoro sulla Paradeplatz di Zurigo.

Per la NZZ il fatto che l’istituto sia incriminato insieme alla consulente è insolito e va spiegato con un inghippo legale. Affinché una persona giuridica come Credit Suisse possa infatti essere accusata di riciclaggio di denaro qualificato deve essere coinvolta anche una persona fisica - un dipendente - che ha commesso un reato. Ciò è stato stabilito dal Tribunale federale nell’ottobre 2016 in una decisione che ha fatto giurisprudenza. Quindi il MPC doveva procedere contro qualcuno nella banca se voleva mandare a processo la banca.

Nelle indagini era temporaneamente stato coinvolto anche l’allora responsabile del servizio giuridico di Credit Suisse, ma nei suoi confronti è scattato il non luogo a procedere. Un’altra persona, il superiore della consulente, è nel frattempo deceduta. L’interessata vede se stessa quindi come una pedina che viene sacrificata. “Dove sono finiti tutti i bravi banchieri che hanno firmato i contratti?”, si chiede in dichiarazioni riferite dalla NZZ.

Alcuni ex colleghi e superiori saranno citati dalla difesa: dovranno perlomeno comparire come testimoni. La donna si sente però delusa: non da Credit Suisse, che l’ha sostenuta, ma dalla giustizia elvetica, che a suo avviso porta alla sbarra la rotellina più piccola dell’ingranaggio, quella che meno sapeva come funzionassero le cose. Davanti ai giudici di Bellinzona intende battersi per il suo onore: “mi hanno tolto la libertà e anche la salute, ma non possono togliermi l’orgoglio”, conclude.

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