Piergiuseppe Vescovi - Frontalierato: una proposta concreta per favorire l’impiego di ticinesi e residenti
Piergiuseppe Vescovi - Frontalierato: una proposta concreta per favorire l’impiego di ticinesi e residenti
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Pur non facendo fortunatamente parte dell’UE, la Svizzera rappresenta di fatto il Paese con il maggior numero di lavoratori frontalieri (7% circa). E il nostro Cantone detiene purtroppo il record negativo con quasi 72000 frontalieri a fronte di circa 230000 impieghi offerti, pari al 31%.

Seguono Ginevra con il 24%, Basilea Città con il 18% e Basilea Campagna con il 14%.

Come recentemente letto sulla stampa italiana rappresentiamo la “prima industria” della Lombardia.

Quello dell’occupazione nel nostro Cantone, che conta 5000 disoccupati ufficiali - dei quali oltre 2/3 del settore terziario - è ormai un tema pressante che genera un forte sentimento d’impotenza. Ancor più se si pensa che nell’ultimo decennio il frontalierato ha fatto segnare un aumento del 37%: un trend che si conferma purtroppo anche in epoca Covid. Disarmante poi constatare che il 66% dei lavoratori frontalieri (quindi ben 47’000) è occupato nel settore terziario, proprio il settore nel quale sono formati la maggior parte dei nostri disoccupati.

La situazione è però in realtà ben più grave di quanto le cifre non dicano, perché non si considerano i disoccupati di lungo corso, usciti dalle statistiche in quanto finiti loro malgrado a carico dell’assistenza o caduti in invalidità, per le conseguenze psicosomatiche di chi viene a trovarsi in situazione di profondo disagio. E neppure si prova a tener conto dei nostri giovani sempre più costretti a lasciare il Cantone per trovare una degna occupazione e retribuzione.

Sul fenomeno nel suo complesso gli strapieni e “politicamente corretti” uffici di statistica mai mi risulta abbiano scucito dati globali attendibili. Ma di questo ci occuperemo magari in un’altra occasione.

Tornando ai dati ufficiali, è quindi innegabile che siamo da anni confrontati con la sistematica sostituzione della mano d’opera indigena e di questo non si possono certamente incolpare i lavoratori delle fasce di confine, allettati da stipendi del doppio se non del triplo rispetto a quanto percepito in Patria.

La responsabilità va invece ricercata nell’atteggiamento di bieco opportunismo di certi datori di lavoro che approfittano a piene mani di questo bacino d’utenza per incamerare forza lavoro a condizioni ben diverse da quelle che dovrebbero riconoscere ai lavoratori residenti, data la forte differenza nel costo della vita al di qua e di là del confine.

Fra di essi vi sono, è vero, imprenditori che spesso non sono neanche cittadini svizzeri ma che si sono stabiliti da noi per approfittare dei vantaggi del nostro quadro economico-istituzionale.

Ma vi sono purtroppo anche primari gruppi svizzeri che, noncuranti delle conseguenze, hanno spalancato le porte ai lavoratori esteri. Basti pensare alle Banche (grazie al segreto bancario ormai abolito) ai Grandi distributori, alle Telecomunicazioni, ma anche purtroppo agli Enti pubblici (Ente Ospedaliero, Case Anziani, USI, SUPSI...) e chi ne ha più ne metta.

È disarmante constatare come manchi palesemente la volontà politica di prendere concretamente in mano la situazione cercando delle modalità per limitare il fenomeno, trincerandosi dietro l’ormai classico “sa po mia”.

E allora io mi dico, cominciamo almeno a dare un forte segnale al settore delle Piccole e medie imprese incoraggiando fiscalmente i datori di lavoro che favoriscono l’occupazione dei residenti.

L’opportunità dovrebbe essere prossimamente data: volendo metter mano alla fiscalità, perché non prendere anche e finalmente l’occasione per introdurre degli sgravi alle aziende in funzione della quota di dipendenti residenti occupati?

Mi sembra un ragionamento semplice, lineare, che non crea alcuna disparità di trattamento e può veramente incoraggiare e incentivare molti imprenditori.

Si potrebbe ipotizzare per quanto riguarda l’imposta Cantonale (e quindi anche Comunale per via del moltiplicatore) una deduzione proporzionale dell’imposta dovuta, determinata come finora (non andando quindi a scompaginare l’intero dispositivo). E lo farei per gradoni, quindi statuendo delle fasce.

Ad esempio: chi occupa meno del 10% di mano d’opera non residente beneficia di una deduzione del 50% dell’imposta dovuta e, salendo per gradoni, coloro che impiegano fra il 10 e il 25% di non residenti -33%; fra il 25-50%, -25%; oltre il 50% nessuna deduzione.

Oltre a premiare l’imprenditoria sana e responsabile daremmo così finalmente un buon colpo di mano e una vera opportunità ai molti nostri concittadini che si sono purtroppo venuti a trovare esclusi dal mercato del lavoro.

Piergiuseppe Vescovi

Economista e Specialista in finanza e contabilità

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