Gabriele Veronelli - Discussioni e frustrazioni dentro la casa anziani
Gabriele Veronelli - Discussioni e frustrazioni dentro la casa anziani
Foto CdT/ Chiara Zocchetti
  • 1
    Regolamento sezione ospiti
    Il presente contributo è l’opinione personale di chi lo ha redatto e non impegna la linea editoriale di Ticinonews.ch. I contributi vengono pubblicati in ordine di ricezione e la redazione cerca di offrire a tutti la medesima visibilità in homepage. La redazione si riserva la facoltà (non sindacabile) di non pubblicare un contenuto o di rimuoverlo in un secondo tempo. In particolare, non verranno pubblicati testi anonimi, incomprensibili o giudicati lesivi. I contributi sono da inviare a [email protected] con tutti i dati che permettano anche l’eventuale verifica dell’attendibilità.

“Ciao Gabriele, come va?”
“Salve, Signora, tutto bene, mi dà un attimo e sono da lei?”
“Certo, certo, ci mancherebbe. Caspita, però avete sempre un gran da fare voi!”
“Sì, Signora, ormai siamo sempre di corsa!”
“Eh ma, siete troppo pochi per quello che fate, ci vuole più personale!”
“Eh, non lo dica a noi...”
“Beh, ma vorrà dire che andremo a parlarne con la direzione!”
“Signora, la ringrazio ma non è con la direzione che deve parlare...”
“E con chi? Sono loro che vi assumono!”
“Sì, ma i numeri non li scelgono loro, li decidono da Bellinzona.”
“Ah, ma davvero? E non si può fare niente? Perché così le cose non vanno affatto bene!”

Questa è una delle tante discussioni avute con dei parenti riguardo al numero di operatori nelle strutture sanitarie. Non sono, le nostre, rivendicazioni campate in aria, dato che se ne rende conto persino chi non è del mestiere e viene a contatto con le nostre realtà. Il metodo che viene utilizzato per valutare il personale necessario per gestire un reparto in una casa per anziani -realtà in cui opero da ormai dieci anni- è ormai vetusto, perché non tiene in considerazione fattori legati allo stato cognitivo dell’utenza, ma solamente fattori legati a prestazioni di tipo fisiche e atti medico tecnici.

A questo aggiungiamo che negli ultimi anni grazie alla politica per gli anziani bisognosi di cure ed assistenza si vive il più possibile questa fase della vita a stretto contatto con i propri parenti. Si parla quindi di centri diurni assistenziali, terapeutici o ricreativi, come pure di cure e assistenza a domicilio e di soggiorni temporanei nelle strutture. Politica che mi trova in accordo, in quanto dà la possibilità di trascorrere ancora del tempo di qualità con i propri cari. Ma questo comporta che il quadro clinico di chi viene accolto nelle case per anziani è sempre più complesso e compromesso: e questo incide sulla mole di lavoro, fisico e psichico (e di conoscenze), di cui devono farsi carico operatrici ed operatori.

Negli anni poi vi è stata un’impennata di utenza con problematiche di tipo psichiatrico e disturbi del comportamento, tratti questi che non vengono riconosciuti (o solo marginalmente) dalle valutazioni adottate per attribuire le unità di personale nei reparti. Inoltre si è assistito ad una burocratizzazione estrema delle professioni sociosanitarie con protocolli, cartelle pazienti e valutazioni: documenti e fogli elettronici che erodono tempo prezioso da dedicare agli ospiti delle case anziani. Infine va tenuto conto che le aspettative sul servizio delle case anziani da parte di utenti, parenti e dell’opinione pubblica sono sempre più elevate.

Con questo quadro completo della situazione non è difficile capire cosa non torna. Se da un lato aspettative, competenze, ritmo e carico di lavoro sono aumentati in modo marcato, dall’altro lato non è stato fatto abbastanza per supportare chi lavora nelle case anziani. Oltre ai sacrifici legati ai turni su 365 giorni e notti, che rendono difficile conservare una vita sociale e famigliare, aggiungiamo stipendi stagnanti e personale insufficiente nei reparti: un quadro non confortante. Accanto a ciò vi è la frustrazione dovuta al fatto che le operatrici e gli operatori non sono in grado di svolgere al meglio il lavoro per le persone fragili e spesso indifese che vivono nelle case anziani. Capita sovente che non si abbia il tempo di poter fare due chiacchere con gli utenti che stiamo assistendo. Parole mancate, che fanno male, soprattutto in questo periodo di pandemia dove gli affetti e le persone care sono lontane. Parole mancate che per gli operatori e le operatrici sono ESSENZIALI al fine di svolgere al meglio la professione. La comunicazione è la base per un approccio professionale di qualità e, se questa viene a mancare, vanno perse a cascata altre componenti importanti come l’empatia, la fiducia, l’accoglienza, ciò che alla fine mette a rischio la qualità delle cure.

Per cambiare questo stato insoddisfaciente di cose invito il personale delle case anziani a recarsi in Piazza Governo a Bellinzona il prossimo 29 maggio.

Gabriele Veronelli, assistente di cura

Ultime Notizie: Ospiti
  • 1