La pandemia frena la lotta all’Hiv
Il rapporto dell’Unicef “Hiv and Aids Global Snapshot” mostra che si è verificata un’interruzione significativa nei servizi per l’Hiv
Redazione
La pandemia frena la lotta all’Hiv

La pandemia ha frenato la lotta all’Hiv e a pagare il prezzo più alto sarebbero i bambini. Il rapporto dell’Unicef “Hiv and Aids Global Snapshot” mostra che si è verificata un’interruzione significativa nei servizi per l’Hiv. In particolare, nel 2020 almeno 310.000 bambini sono stati contagiati dal virus dell’Hiv e altri 120.000 sono morti per cause legate all’Aids. Circa l’88% delle morti di bambini legate all’Aids sono avvenute nell’Africa sub-sahariana.

Crollano test e terapie bambini
Secondo il rapporto, i test Hiv per i neonati nei paesi ad alta prevalenza del virus sono diminuiti tra il 50% e il 70%, mentre i nuovi trattamenti iniziati nei bambini al di sotto dei 14 anni sono scesi tra il 25% e il 50%. Quelli presentati dall’Unicef sono soltanto gli ultimi dati sulle conseguenze della pandemia sul contrasto all’Hiv, di cui il primo dicembre ricorre la giornata mondiale. Oggi si stima che nel mondo oltre 38 milioni di persone convivano con l’Hiv. Di questi, secondo i dati dell’Unaids, 36,2 milioni sono adulti e 1,8 milioni bambini con meno di 15 anni.

Progressi nel contrasto della malattia
Negli ultimi anni sono stati registrati importanti progressi nel contrasto alla malattia, non solo nei Paesi più ricchi, ma anche in quelli a basso e medio reddito: il numero delle nuove diagnosi è diminuito nel tempo passando dal picco del 1998 con 2,8 milioni di nuove infezioni a 1,7 milioni nel 2019. Inoltre alla fine di dicembre 2020 erano 27,5 milioni le persone con Hiv che avevano accesso alle terapie antiretrovirali, rispetto ai 7,8 milioni del 2010. Questi progressi ora sembrano messi a rischio dalla pandemia.

40 anni fa i primi casi di Aids
Questi dati arrivano a 40 anni esatti da quando i Centers of Disease Control and Prevention (Cdc) di Atlanta segnalarono un improvviso e inspiegabile aumento di polmoniti da Pneumocystis carinii in giovani uomini omosessuali. Di lì a poco la nuova infezione sarebbe stata ribattezzata Sindrome da immunodeficienza acquisita. Con uno sforzo scientifico senza precedenti, in meno di sei anni arrivava il primo farmaco antiretrovirale per controllare l’infezione. Ancora un decennio e debuttava la HAART, la terapia combinata a più farmaci in grado di abbattere la mortalità.

Da allora la terapia ha fatto ulteriori progressi arrivando al traguardo della non trasmissibilità dell’infezione nei pazienti con malattia ben controllata. Nell’attesa di un vaccino, oggi la sfida resta quella di ampliare quanto più possibile l’accesso alla diagnosi e ai farmaci antiretrovirali e il controllo del fenomeno della resistenza ai trattamenti.

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