Mondiali 2022
Qatar, dai diritti dei lavoratori all’impatto ambientale
© Shutterstock / Ticinonews
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20 giorni fa
Domenica alle 17 allo stadio Al-Bayt, a 35 km a nord di Doha, si alzerà il sipario sulla Coppa del mondo di calcio. Un campionato che è già sotto i riflettori da parecchio tempo per quanto riguarda i diritti e le condizioni dei lavoratori, così come per l'impatto ambientale che ha causato.

Domenica si darà il calcio d’inizio ai Mondiali in Qatar e i riflettori sono pronti ad accendersi sui campi da gioco. Riflettori già accesi, e focalizzati, da un po' di tempo sulle violazioni dei diritti umani del Paese ospite nei confronti di quei lavoratori che hanno costruito infrastrutture e stadi, la maggior parte dei quali immigrati da altri Paesi. Dagli sponsor in fuga, a protezione della loro immagine e delle relative e temute conseguenze economiche, all’assenza dei maxischermi in diverse piazze Svizzere questo Mondiale non sembra partire proprio col piede giusto.

Un inizio poco sportivo

I rapporti di ONG, quali Human Rights Watch o Amnesty International, sono disastrosi. Le cifre, d’altro canto, parlano da sole: 6’750 lavoratori migranti morti in Qatar tra 2010 e 2020, una media di 12 decessi a settimana di cui 69% sarebbero deceduti ufficialmente per “cause naturali o arresti cardiaci”.

84 le ore di lavoro settimanali
12 ore al giorno per 7 giorni
Tra i 35° e 40°

2 milioni sono i lavoratori che denunciano:

Sfruttamento
Stipendi non versati
Condizioni di vita agghiaccianti
Stringenti limitazioni di movimento
Niente fair play per i lavoratori stranieri

Diversi i numeri del Governo del Qatar, e del presidente FIFA Gianni Infantino, secondo i quali sarebbero "solo tre le persone morte sui cantieri". Nonostante dal punto di vista legislativo, sotto la pressione delle varie ONG, siano stati fatti passi avanti, per i lavoratori stranieri (l’85% dei tre milioni di abitanti del Qatar) il “fair play” rimane ancora un miraggio.

La denuncia di Amnesty

Fin dal giorno dell’assegnazione del Mondiale 2022 al Qatar Amnesty ha denunciato una situazione drammatica. La censura rende inoltre l’accesso alle informazioni molto complicato, soprattutto riguardo le condizioni dei lavoratori migranti. Contrariamente ai giornalisti che hanno avuto dei divieti, “noi abbiamo potuto effettivamente lavorare e andare a fare ricerche sul posto”, ha spiegato a Ticinonews Sarah Rusconi, portavoce di Amnesty International. “Abbiamo avuto dei contatti con dei collaboratori e abbiamo fatto interviste in remoto. Già nel 2013 abbiamo pubblicato il primo rapporto dedicato alle condizioni dei lavoratori migranti nel settore della costruzione, ma ci sono anche altri settori dove la situazione è estremamente difficile”, dice sempre Rusconi, definendo il tutto come “estremamente drammatico”. Il motivo principale è da ricondurre al fatto che c’è un sistema (quello della Kafala) “che prevede in qualche modo il controllo totale della vita delle persone da parte dei datori di lavoro. Sono stati 10 anni in cui milioni di lavoratori hanno lavorato in condizioni allucinanti, inoltre sono deceduti in moltissimi, non sul lavoro, ma di lavoro”. Per Rusconi il grosso problema in questa situazione è che “le autorità non hanno mai fatto delle indagini: per loro sono deceduti di morte naturale. Questo fa sì che le famiglie che hanno lasciato a casa, oltre ad aver perso la persona principale che portava uno stipendio, con questa strategia del ‘non attribuire una causa legata alle condizioni di lavoro’ hanno perso anche qualsiasi possibilità di avere un indennizzo”.

“8 milioni di metri quadri di terreno sono stati cementificati”

Oltre al tema delle condizioni dei lavoratori, questo mondiale nel deserto ha implicato anche un certo impatto ambientale. “Il fatto che la FIFA e il Qatar l’abbiano venduto come il primo Mondiale a impatto zero era forse per compensare un po’ lo shock che avevano causato assegnando la competizione a questo Paese”, ci ha spiegato Lorenzo Bodrero, giornalista e cofondatore IRPI Media. “Noi un’analisi l’abbiamo fatta da molto lontano: abbiamo utilizzato immagini satellitari ad alta definizione e grazie ai ragazzi di Placemarks, un gruppo di persone che si occupano dell’analisi e della morfologia del territorio e di progetti in Africa, abbiamo potuto stimare più o meno l’impatto delle infrastrutture costruire in questi 10-12 anni”. I numeri, dice Bodrero, sono strabilianti: “abbiamo calcolato che almeno 8 milioni di m2 di terreni sono stati cementificati per tutte le infrastrutture”. Lo stadio Al-Bayt, dove prenderà il via il Campionato, è stato “costruito da un’azienda italiana ed è lo stadio che ha avuto l’impatto più grande a livello di cementificazione rispetto agli altri. Complessivamente questo stadio occupa 1,4 milioni di m2 di zone cementificate”. Aspetti “devastanti, ed è curioso che la FIFA e il Qatar sventrino il tema del Mondiale a impatto zero a queste condizioni”, ha concluso Bodrero.

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