L’etnologo: “15 ore settimanali di lavoro bastano”
James Suzman non ha dubbi: meno lavoro è meglio, ma molte persone hanno dimenticato come si trascorre il tempo nell’ozio, “cioè come l’homo sapiens ha trascorso la maggior parte della sua esistenza”
di Keystone-ATS/MMINO
L’etnologo: “15 ore settimanali di lavoro bastano”

Lavorare sempre di più per produrre sempre più beni e servizi non ha senso, né per il pianeta, né per l’essere umano: ne è convinto l’etnologo James Suzman, secondo cui urge un ripensamento del rapporto con l’attività professionale. A suo avviso occorre orientarsi alla vita degli uomini primitivi e limitare a 15 le ore settimanali.

“Perché lavoriamo sempre di più?”
Il tema è al centro di un lungo articolo odierno del Tages-Anzeiger, che riferisce del nuovo libro dello scienziato, dal titolo “They Called It Work - Another History of Humanity”. Il testo è stato appena pubblicato anche in italiano: “Lavoro. Una storia culturale e sociale”. “Perché lavoriamo sempre di più, anche se produciamo più che mai?”, si chiede Suzman, direttore del laboratorio d’idee Anthropos e Fellow al Robinson College dell’università di Cambridge (GB). “Perché diamo così tanto della nostra vita al lavoro? È conforme alla nostra natura?”. Dopo tutto l’homo sapiens è attivo professionalmente da poco: prima che gli esseri umani si dedicassero all’agricoltura, circa 11’500 anni or sono, non erano né contadini, né impiegati d’ufficio e tanto meno sviluppatori di app. “I nostri antenati hanno vissuto come cacciatori-raccoglitori per almeno il 95% dei loro 300’000 anni di storia”, scrive Suzman. Questo cambiò con la rivoluzione del Neolitico, il momento in cui i nomadi passarono sempre più all’agricoltura e divennero sedentari. Da questo momento in poi, l’homo sapiens ha avuto una ripida ascesa demografica e ha posto le basi per il mondo moderno. Una storia di successo, quindi? Sempre più studiosi lo mettono in dubbio. Perché l’agricoltura non ha inaugurato un’era di vita migliore, al contrario: ha portato malattie, malnutrizione e, soprattutto, più lavoro.

15 ore di lavoro a settimana bastano
“Per il periodo più lungo della storia umana, l’idea di scarsità non esisteva”, spiega Suzman. Gli uomini dell’età della pietra, cacciatori, pescatori e raccoglitori di bacche avevano molto tempo libero, stando allo stato delle nuove ricerche. Non veniva loro in mente di organizzare il loro futuro assicurandosi delle scorte. Gli homo sapiens di allora sembrano aver vissuto nel modo che le persone stressate imparano oggi nei seminari del benessere: puntando sul momento. “Non è vero che i cacciatori-raccoglitori vivevano sempre sull’orlo della fame”, prosegue lo specialista nato a Johannesburg, in Sudafrica. Conoscevano centinaia di piante e frutti commestibili. In piccole bande, vagavano per le foreste e le savane, cacciando pesci, uccidendo selvaggina e spostandosi quando un habitat non aveva più abbastanza cibo. I contadini successivi restavano invece attaccati ai loro campi e ai loro animali anche negli anni di siccità, fra l’altro difendendoli fino alla morte. Così, i cacciatori-raccoglitori vivevano più a lungo e più in salute dei successivi agricoltori. E lavoravano molto meno di tutte le generazioni che li hanno seguiti: circa 15 ore alla settimana. Suzman attinge anche alla sua ricerca sul campo tra i popoli indigeni di oggi: durante un periodo di 25 anni ha vissuto ripetutamente tra i Khoisan dell’Africa meridionale.

Prima la condivisione e poi l’avidità
Il poco che gli uomini primitivi possedevano era condiviso e sembra che essi abbiano vissuto in modo egualitario. Sussistono poche prove, sulla base di quanto si trova nelle loro tombe, dell’esistenza di una casta dirigente. L’avidità si è istituzionalizzata solo con l’avvento delle città, perché la vicinanza alla ricchezza esaspera l’invidia e la paura della scarsità. A conquiste della civilizzazione come città, stati, scrittura, divisione del lavoro, politica e cultura, gli studiosi hanno contrapposto concetti quali coscrizione militare, tasse, lavoro forzato e disuguaglianze. Oggi non c’è modo di tornare a questo stile di vita sostenibile: sulla Terra vivono 7,8 miliardi di persone, ognuna delle quali consuma circa 250 volte più energia di un cacciatore-raccoglitore. E la popolazione continua a crescere. Come uscirne? La risposta non è creare più abbondanza, sostiene Suzman. “Sappiamo che c’è un problema”, dice. “C’è l’aspetto ambientale e c’è l’aspetto della miseria umana”. Non tutte le persone beneficiano dell’abbondanza prodotta: la digitalizzazione e l’automazione potrebbero rafforzare ancora di più la tendenza.

“Potremmo farcela, se non avessimo bisogni così illimitati”
Queste paure contrastano con l’ottimismo di molti pensatori che, fin dalla rivoluzione industriale, credevano fermamente che l’automazione potesse portare a un paradiso terrestre. Costoro includono giganti come Adam Smith, il fondatore dell’economia politica, e l’economista britannico John Maynard Keynes, che nel nel 1930 aveva avanzato la profezia di una settimana lavorativa di 15 ore nel 21esimo secolo. Allora perché le cose sono andate diversamente? Ormai da tempo potremmo effettivamente vivere con 15 ore di lavoro, assicura Suzman: lo potremmo fare se non avessimo sviluppato dei bisogni così illimitati. La gente non si accontenta più di veder soddisfatti quelli che Keynes chiamava “bisogni assoluti” di cibo, acqua, calore, comodità, amicizia e sicurezza, e “bisogni relativi” come la carriera, una bella casa o i vestiti. L’abitazione deve diventare più grande, gli abiti più costosi, le vetture più potenti.

Sulla strada per realizzare l’utopia di Keynes?
Inoltre, nella terra dell’abbondanza di Keynes non esisteva nessun cambiamento climatico causato dall’uomo, nessuna acidificazione degli oceani e nessuna estinzione di specie. “Quello che dobbiamo fare ora è cogliere l’opportunità di esplorare nuovi approcci per organizzare il capitale”, afferma Suzman. Questo a suo avviso include l’idea di un reddito di base universale, ma anche la consapevolezza che meno lavoro è meglio: per le persone e per il pianeta. “In soli sei mesi, il coronavirus ha mostrato molto di ciò che è male nel nostro mondo del lavoro e ha creato opportunità di cambiamento”, ha affermato Suzman in un’intervista al quotidiano britannico Guardian. Proprio perché la crisi ha costretto molte persone a rivedere il lavoro si aprono spiragli di riflessione. Abbiamo davvero bisogno di aspetti quali auto-realizzazione, status, stile di vita? Non sarebbe meglio puntare maggiormente su più tempo libero senza stress? Molte persone hanno dimenticato come si trascorre il tempo nell’ozio, cioè come l’homo sapiens ha trascorso la maggior parte della sua esistenza prima della rivoluzione agricola. Forse un giorno l’umanità tornerà ai modelli di orario di lavoro dei nostri primi antenati: “è pensabile di essere sulla strada per realizzare l’utopia di Keynes”, conclude Suzman.

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