Per un politico SwissCovid è un dovere
Fra risposte imbarazzate e goffe promesse, non tutti i nostri rappresentanti hanno SwissCovid sul proprio telefono, ma una vita fatta di relazioni pubbliche non impone un semplice download?
di Andrea Ramani
Per un politico SwissCovid è un dovere

Non è una questione di buon esempio. Per definire la mia condotta di cittadino – quello che posso o che devo (o non devo) fare – faccio riferimento alle leggi, a condizione che siano all’indicativo. Per SwissCovid ho ascoltato le parole dei tecnici e in via subordinata quelle dei divulgatori scientifici e di amici avvezzi alla programmazione. Mi hanno convinto sulla sicurezza di quest’App, sul suo sistema decentralizzato che rende il mio smartphone custode di informazioni criptate che spariranno in due settimane. Non ho bisogno di un politico che mi dica “scarica l’app” e non credo nemmeno che sia il suo ruolo. Per definizione queste persone sono rappresentanti delle varie componenti della popolazione, di gruppi d’interesse eccetera. Creano, modificano, ed eseguono delle leggi che rappresentano il pensiero della maggioranza e se le loro valutazioni non coincidono con quelle del paese, vengono smentiti dal voto popolare.

Un politico può farsi testimonial di un’idea o di una raccomandazione, ma per me qui finisce il suo ambito d’intervento. Non m’importa che mi diano il buon esempio. Come cittadino mi è stato concesso di formarmi un’opinione personale e se devo scegliermi dei modelli di vita o di pensiero generalmente guardo altrove. Per questo non sono turbato quando alcuni personaggi di spicco del panorama politico ticinese ammettono con un certo imbarazzo di non avere l’App di tracciamento, per poi promettere in modo un po’ goffo di scaricarla il prima possibile. Non serve far nomi per non scadere in delazioni sterili e immotivate, tanto più che alla loro stregua, molti altri cittadini o loro colleghi non hanno ancora scaricato SwissCovid. Ma è importante che lo si faccia, tanto più se si è un politico.

Si tratta di una semplice questione di numeri. Per professione (o missione) il politico è costantemente circondato da persone. Un consigliere di Stato ha a che fare con il suo staff di collaboratori personali, con i funzionari del suo dipartimento, con i colleghi di Governo che a loro volta hanno funzionari e collaboratori. S’incontra con rappresentanti di aziende, enti pubblici e con comuni cittadini. Il discorso vale anche per i municipali, i granconsiglieri e i consiglieri comunali che fra riunioni, commissioni, sedute e quant’altro sono sempre attorniati da persone. Le probabilità che questi incontrino una persona infetta, sulla carta sono più alte rispetto ad un qualsiasi impiegato che si limita a fare il tragitto casa-lavoro, concedendosi una cena fuori il weekend e la spesa “grossa” una volta a settimana. Ovviamente una cosa è la probabilità, l’altra la realtà. Malgrado i numeri a sfavore, c’è chi vince la lotteria e, viceversa, chi viene colpito da un fulmine. Però la storia c’insegna che nessuno è immune al coronavirus. Persino il medico cantonale Giorgio Merlani si è fatto contagiare, riconducendo il fatto ai numerosi incontri in ambienti ospedalieri nel corso dell’emergenza. Come lui, altri volti noti oggi rientrano nelle statistiche dei contagiati.

Perché puoi anche essere la persona più potente del mondo, ma al Sars-Cov2 non importa nulla che tu sia Boris Johnson o Pinco Pallino.

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