Leggi al condizionale
Le misure introdotte dai governi durante la pandemia fanno discutere, ma più preoccupanti sono i dubbi e le incertezze che lasciano nella mente di chi le legge
di Filippo Suessli
Leggi al condizionale
Saranno i doganieri a decidere se una spesa oltreconfine è giustificata. Ma è giusto che sia così? CdT/Gabriele Putzu

La legge incute timore, è la sua natura. Ma un aspetto rassicurante è il fatto che usi sempre, nei verbi, il modo indicativo. In Svizzera, “chiunque uccide intenzionalmente una persona è punito con una pena detentiva non inferiore a cinque anni”. Per quanto si possa discutere sulla proporzionalità della pena di fronte a una vita umana, resta poco spazio per le polemiche. Non si uccide, punto.

La legge è chiara, anche perché al cittadino non è consentito non conoscerla. Se infrangi una legge che ignoravi, ti arrangi. Poi è arrivato il coronavirus e il contratto sociale si è fatto più sfumato. Le norme di convivenza civile in Svizzera (e non solo) si son fatte meno trasparenti. I discorsi del Governo (dei governi) si sono intruppati di raccomandazioni, consigli e inviti. Di verbi al condizionale.

La Legge sulle epidemie (che guardando bene è stata probabilmente fatta senza pensare che una pandemia arrivasse davvero) è stata stiracchiata il più possibile per farci entrare tutto ciò che chi ci guida credeva fosse giusto. La finestra eccezionale del Ticino, la finestra della spesa per gli over 65 (in cui si chiedeva gentilmente agli altri di non andare in negozio prima delle dieci), il divieto al turismo degli acquisti.

Tutto bene, sia chiaro. Di fronte a una pandemia servono misure e qualcuno le deve decidere. Le misure, però, se misure sono davvero, devono essere norme, regole, leggi. Devono essere chiare. Insomma, all’indicativo. E l’ultima di queste norme che paiono, non me ne vogliano gli estensori, arrangiate alla bell’e meglio, è proprio quella sul turismo degli acquisti.

“È vietata l’importazione di merci attraverso un valico di frontiera terrestre da uno Stato limitrofo considerato Paese a rischio, se le merci sono state acquistate nell’ambito di un viaggio avvenuto esclusivamente a scopo di turismo degli acquisti”.

La grande discussione è se questa sia una misura sanitaria o protezionistica, ed è una discussione lecita e legittima. Inspiegabile è infatti l’utilità di contenimento del virus, se chi va a Luino a cena non può riportarsi il doggy bag. Ma se la discussione sul contenuto di una legge è il sale della politica, la discussione sulla forma non dovrebbe proprio esistere.

Quel “se... esclusivamente” sono mille spilli negli occhi di chi lo legge. Perché, dietro a una congiunzione e a un avverbio, c’è una fiumana di non detto che più che una norma sembra un rebus. Posso andare a bere il caffè a Porlezza e poi fare la spesa? Posso visitare la Basilica di San Fedele a Como e, dopo essermi arricchito culturalmente e spiritualmente, riportarmi tre etti di San Daniele?

Secondo me la risposta è sempre sì. Ma lo sarà anche per il doganiere? Probabilmente no. Ma nonostante i miei sforzi degli ultimi giorni, nessun funzionario bernese è riuscito a spiegarmi qual è la lista delle cose che mi consentono di riportarmi la ricarica del frigo tornando dalla Lombardia. Perché una lista non c’è.

Insomma, discutiamo pure se sia patriottico o meno, giusto o meno, intelligente o meno fare la spesa a Tavernola o Lavena. Lungi da me avere la risposta. Ma prima sarebbe opportuno che lo stato ricominciasse a scrivere leggi all’indicativo. Perché se un cittadino che ignora le leggi è colpevole, uno Stato che le acciabatta è dappoco.

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