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«Il 2022? L’anno dei rossi. Il futuro sempre più green»
2 mesi fa
Andrea Conconi, direttore di Ticinowine, fa il punto sul settore vitivinicolo del nostro cantone tra vendemmia, inflazione e sfide della sostenibilità

Parafrasando Jimmy Fontana, il mondo del vino in Ticino non si ferma mai un momento. Un fermento continuo, un tourbillon di idee, emozioni e persone che della vite hanno fatto la loro vita. Archiviata una stagione estiva mai così ricca di iniziative e salutata la vendemmia con un cauto ottimismo, c’è giusto il tempo per una fotografia (del settore), prima di rimettersi nuovamente in movimento. A scattare questa fotografia per noi è Andrea Conconi, direttore di Ticinowine, che si sofferma a delineare obiettivi, sfide e per provare a immaginare il futuro della viticoltura del nostro cantone.

Direttore Conconi, partiamo dalle attese. Cosa dobbiamo aspettarci da questa vendemmia? Che annata sarà?
Quella di quest’anno è stata una vendemmia precoce che passerà agli annali per la ricchezza zuccherina delle uve. A memoria d’uomo, non si ricordano uve con gradazioni così alte, in conversione zucchero/alcol in alcune vasche è già stato raggiunto quasi il 15% d’alcol naturale. Tutto fa presagire una buona annata, soprattutto per i rossi, anche se è molto presto per dare garanzie. Sicuramente abbiamo riscontrato una grande ricchezza di profumi e colori, con tannini molto maturi.

In che maniera ha influito il lungo periodo di siccità?
Intanto ha influito sulla resa, anche perché il 40% dei vigneti è situato nel Mendrisiotto che è la zona che ha maggiormente sofferto lo stress idrico, che si riscontra nelle dimensioni ridotte degli acini. Però, anche se il quantitativo rimane sotto la media decennale, abbiamo comunque registrato un +8% rispetto alla vendemmia dell’anno scorso. Inoltre, dal punto di vista qualitativo, la stagione lunga di bel tempo ha aiutato a portare a maturazione quei vitigni più tardivi come il Cabernet Franc, la Syrah e il Cabernet Sauvignon.

Siamo quasi arrivati alla fine del 2022, è tempo di tracciare un bilancio. Che anno è stato per il mercato dei vini ticinesi?
Dobbiamo aspettare i dati finali per capire come sono andate le vendite. Posso dire che è un mercato sano, che richiede sempre più vini bianchi - ma questo anche a livello mondiale - e si registra una crescita nei rosati. Inoltre, c’è un interesse sempre maggiore per le etichette ticinesi più prestigiose, mentre per quelle di primo prezzo la richiesta viene soprattutto da parte della grande distribuzione.

Anche se il mercato del vino ticinese è quasi esclusivamente domestico, la guerra in Ucraina ha avuto conseguenze per il settore?
Come anche in altri settori, ci sono state difficoltà di approvvigionamento e un ritardo nelle forniture delle cosiddette materie secche: imballaggi, bottiglie, capsule d’alluminio, etichette ecc. Tutti materiali che necessitano di un forte fabbisogno energetico per essere prodotti. E di conseguenza tutto questo si è tradotto con un aumento dei costi generali.

A proposito di grattacapi, la preoccupa la campagna dell’OMS che equipara il consumo del vino a quello delle sigarette?
Capisco che l’OMS voglia perseguire il suo obiettivo, che è quello di tutelare la salute pubblica, ma così si rischia di demonizzare un’intera filiera. La direzione corretta è quella di educare i giovani a un consumo più attento e consapevole. Il vino è cultura e legame con il territorio, non può essere equiparato all’abuso di alcol. Se poi guardiamo alle tendenze globali di lungo periodo, il consumo di vino è in diminuzione già da diversi anni.

Il mercato dei vini è molto difficile e competitivo: quali devono essere le priorità per i vini ticinesi?
La vera sfida è capire in che maniera conquistare un consumatore che ogni giorno viene bombardato da migliaia di messaggi pubblicitari. Bisogna creare delle esperienze attorno al vino: con Cantine Aperte portiamo le persone nei luoghi in cui il vino viene prodotto e vissuto tutti i giorni, e facciamo scoprire loro le piccole e grandi realtà della nostra filiera. Un’altra strada da seguire è quella di fare rete con gli altri settori dell’agroalimentare: ne è un ottimo esempio l’evento Gusta Ticino che ha riscosso un grande successo a Zurigo. Ritengo che abbinare vino e, per esempio, i formaggi d’alpeggio siano un ottimo biglietto da visita per il Ticino, perché sono espressione di una tipicità puramente locale.

Enogastronomia ed enoturismo sono due argomenti molto intrecciati tra loro. Quali sono i margini di crescita per il turismo legato al vino?
Anche in questo caso la chiave è fare sistema con tutti gli operatori per un obiettivo comune: promuovere e valorizzare il nostro territorio. Usciamo da 2 anni di lockdown in cui abbiamo registrato un forte aumento del turismo interno. Ora, c’è una leggera inversione di tendenza, nel senso che il resto della Svizzera sta crescendo, mentre noi stiamo perdendo qualche punto, ma sempre con numeri superiori al 2019. Inoltre, è cambiata molto la tipologia di turismo: sono tornati in auge i campeggi, i B&B e le case vacanze a scapito degli alberghi. Dobbiamo trovare il modo di intercettare questi cambiamenti: se il turista sceglie una casa vacanza probabilmente andrà di più al ristorante, oppure mangerà di più in casa e comprerà il vino al supermercato o in qualche cantina.

Sempre più, nel mondo dell’agroalimentare si parla di vini naturali o bio. In Ticino è possibile aumentarne la produzione?
Alle nostre latitudini, con precipitazioni annuali molto importanti, non è semplice produrre uve certificate biologiche. I vitigni tradizionali, quali il Merlot, il Cabernet e tutti i vitigni che originano grandi vini sono molto sensibili alle malattie crittogamiche. Questo rende la decisione di fare una viticoltura puramente biologica molto difficile, ma non impossibile. Il progetto ViSo Ticino, presentato a fine ottobre, va proprio in questa direzione: sostenere i viticoltori del nostro cantone nel percorso verso una produzione sempre più ecosostenibile.A proposito di ecosostenibilità, quest’anno si è concluso uno studio dell’Istituto federale di ricerca WSL di Cadenazzo che ha realizzato una mappatura dettagliata dei vigneti ticinesi, classificandoli per grado di difficoltà gestionale. Quali erano le finalità?La ricerca, nata su iniziativa delle sezioni Federviti Bellinzonese e Locarnese, è diventata parte integrante di una mozione dell’Onorevole Aron Piezzi, che ha proposto di creare un fondo cantonale per incentivare la salvaguardia dei vigneti tradizionali, in particolare quelli di rilevante valore paesaggistico. I vantaggi del mantenimento della viticoltura di collina non riguardano solo il nostro settore: ne beneficia il turismo, oltre a costituire una risposta contro l’avanzamento dei boschi e l’erosione dei terreni.

Se si parla di viticoltura ticinese si parla di Merlot, il nostro vitigno principe, ma in Ticino non c'è solo il Merlot. Secondo lei c'è spazio per un ampliamento verso altri vitigni?
Negli ultimi anni abbiamo visto crescere vitigni che si sono adattati molto bene ai nostri terroir: penso ad alcune Syrah o al Marselan, vitigno proveniente dalla Languedoc che sta dando ottimi risultati. Ma citerei anche vitigni internazionali come il Cabernet Franc e il Cabernet Sauvignon. Inoltre, c’è una riscoperta della Bondola, l’unico vitigno autoctono che abbiamo in Ticino e sul quale Slow Food sta lavorando per crearne il presidio. Però, è ovvio, se devo proiettarmi nel futuro, ritengo che il Merlot sarà ancora il vitigno principe per tanti anni. Anche perché il Merlot è stato piantato nel 1906, ma ci sono voluti quasi 50 anni prima che superasse il 50% della produzione. Un cambiamento di produzione non dico sia da escludere però è quantomeno arduo da immaginare, soprattutto finché si faranno Merlot di buona qualità. In ogni caso sarà il mercato a decidere.

Si avvicina il Natale e con esso il fatidico momento dei regali. Se dovesse motivare un consumatore ad acquistare i vini ticinesi, che cosa gli direbbe?
Senza cadere nei soliti cliché, punterei sulla qualità: tralasciando quelli di primo prezzo, già a partire dai 17-18 franchi i nostri vini sono competitivi nel rapporto qualità/prezzo con quelli di regioni viticole che hanno le nostre stesse difficoltà di coltivazione. Io ho sempre sostenuto che se ogni ticinese bevesse una bottiglia di Merlot del Ticino al mese, si creerebbe un equilibrio sano tra produzione e consumo. Si bevono diversi vini durante l’anno, ma sarebbe bello che quando arriva una festa, una ricorrenza o un’occasione importante - una promozione, una laurea, una cena - ci sia sempre una bottiglia di Merlot sul tavolo. Perché un vino ticinese fa sempre la sua bella figura. Ecco, il Merlot del Ticino potrebbe essere questo, il vino per celebrare i momenti speciali della nostra vita.

Terminiamo con i prossimi appuntamenti che attendono Ticinowine. Cosa c’è in cantiere?
Dal 2 al 4 dicembre torna l’appuntamento con “Vini in Villa”. Tre giorni per scoprire e riassaporare la nostra selezione nella splendida cornice di Villa Ciani a Lugano, ma anche per acquistare delle bottiglie che saranno graditissimi regali di Natale. A partire dal 3 dicembre riprendono gli appuntamenti di “Cantine Aperte - Speciale Natale”, con una quarantina di cantine aperte nei weekend per invogliare i ticinesi a venire ad acquistare direttamente in cantina. Contemporaneamente partirà il nostro speciale Calendario dell’Avvento, che dall’1 al 24 dicembre proporrà ogni giorno un vino diverso, di una differente azienda, a un prezzo speciale. Per la primavera del prossimo anno, invece, stiamo organizzando un’iniziativa che ci sta molto a cuore: il “Ticino Wine Tour”. In una settimana gireremo la Svizzera interna a bordo di un pullman elettrico, toccando 5 città: Lucerna, Sciaffusa, Soletta, Friborgo e Thun. Sarà una vetrina itinerante delle eccellenze del nostro territorio, con i produttori impegnati in prima persona a far conoscere i loro prodotti e a invitare le persone alle Cantine Aperte 2023.