Riparte a Guantanamo il processo alla mente dell’11 settembre
Sarà probabilmente anche il processo americano più controverso per le polemiche e i ritardi che lo hanno contrassegnato, oltre agli interrogativi tuttora aperti
Redazione
Riparte a Guantanamo il processo alla mente dell’11 settembre

Riparte questa settimana nella famigerata base Usa di Guantanamo, dopo vari rinvii, il più grande processo criminale nella storia americana: quello contro i cinque detenuti accusati degli attacchi dell’11 settembre, tra cui l’ex capo della propaganda di Al-Qaida Khalid Sheikh Mohammed, noto anche come ‘Ksm’, che ha confessato di essere la mente dell’operazione. Rischiano tutti la pena di morte, ma nel 2019 il principale imputato ha promesso di aiutare le famiglie delle vittime nella loro causa contro l’Arabia Saudita e la presunta complicità di Riad nella vicenda se il governo Usa rinuncerà a chiedere il boia.

Sarà probabilmente anche il processo americano più controverso per le polemiche e i ritardi che lo hanno contrassegnato, oltre agli interrogativi tuttora aperti se le autorità statunitensi avrebbero potuto fermare ‘Ksm’ prima degli attentati. I gruppi per i diritti umani, da Amnesty International a Human Rights Watch, e legali dell’esercito Usa hanno denunciato che la commissione militare creata col pretesto della extra territorialità della base non può garantire un giusto processo. E sostengono che il procedimento dovrebbe tenersi in una corte federale, con gli imputati trattati come sospetti criminali, o in una corte marziale in base alla Convenzione di Ginevra, che vieta processi civili per i prigionieri di guerra.

Sul dibattimento grava inoltre l’illegalità delle torture subite dai detenuti nelle prigioni segrete della Cia, che rischia di minare l’attendibilità delle confessioni e la loro ammissibilità tra le prove, come ha paventato la stessa corte suprema nel 2008. O quantomeno di essere usata per appelli che potrebbero trascinare l’iter giudiziario per 20 anni, avvisa la difesa. Senza contare i fallimentari ritardi accumulati finora, con un processo non ancora decollato a 18 anni dalla cattura di ‘Ksm’ in Pakistan e a 13 dalla sua incriminazione. Solo il 30 agosto del 2019 un giudice militare ha fissato l’inizio del processo, per l’11 gennaio 2021, ma poi alla vigilia è slittato a data da destinarsi per la pandemia e per le dimissioni di due giudici che erano stati ricusati.

Ma ne sono già cambiati “otto o nove”, ricorda la difesa, spiegando che i nuovi giudici devono familiarizzare con circa 35 mila pagine di trascrizioni di precedenti udienze e migliaia di mozioni. David Nevin, uno dei legali degli imputati, denuncia che le udienze dei prossimi giorni sono state programmate per mostrare ai media che sta accadendo qualcosa per il 20/mo anniversario dell’11/9. Crescono intanto gli interrogativi se l’intelligence americana avrebbe potuto arrestare Khalid Sheikh Mohammed anni prima degli attacchi. È quello che si chiede con grande rammarico sulla Bbc Frank Pellegrino, l’ex agente speciale dell’Fbi che ha inseguito ‘Ksm’ per quasi 30 anni. Sin da quando incrociò il suo nome indagando sulle bombe del 1993 al Word Trade Center e sul piano per far esplodere diversi aerei sul Pacifico nel 1995.

A metà anni ‘90 fu ad un passo dall’arrestarlo in Qatar ma, racconta, ci furono resistenze dei diplomatici Usa sul posto per il timore di compromettere le relazioni con Doha. Alla fine l’ambasciatore americano lo informò che le autorità locali non sapevano più dov’era Mohammed. “Un’occasione persa”, ammette, ma precisando che in quegli anni Ksm non era visto come un target ad alta priorità, tanto che non riuscì a farlo inserire neppure nella lista delle dieci persone più ricercate d’America. “Non è pentito”, aggiunge Pellegrino, avvisando che “il più infame terrorista del mondo” ha “sense of humor” e ama lo show.

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