“La pace la decidiamo noi”
Il portavoce del Cremlino gela ogni speranza di tregua. “L’estate sarà calda per gli occupanti russi” twitta il ministro della Difesa ucraino
di keystone-ats/sca
“La pace la decidiamo noi”
Immagine Shutterstock

Un piano di pace potrà essere redatto solo dopo che Kiev avrà soddisfatto tutte le richieste della Russia. Al 120esimo giorno di guerra, con un conflitto che continua a infuriare lungo un fronte di oltre mille chilometri, da Kharkiv a Kherson, e le nuove armi pesanti americane in arrivo in Ucraina, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov gela ogni speranza di tregua.

Nessuna trattativa all'orizzonte per fermare anche temporaneamente i combattimenti, mentre le diplomazie continuano a lavorare per negoziare i corridoi del grano nel mar Nero, in vista del possibile tavolo a quattro la prossima settimana a Istanbul tra Mosca, Kiev, Ankara e Onu.

L’Ucraina ringrazia gli USA
Sul terreno, Kiev spera che una svolta arrivi con l’inserimento nel suo arsenale degli attesi lanciarazzi multipli americani Himars. “Grazie al mio collega e amico americano segretario alla Difesa Lloyd J. Austin III per questi potenti strumenti! L’estate sarà calda per gli occupanti russi. E l’ultima per alcuni di loro”, ha commentato su Twitter il ministro della Difesa Oleksii Reznikov, annunciando l’arrivo delle prime unità. A queste potrebbero aggiungersi presto anche nuove armi Usa. L'amministrazione Biden è pronta ad inviare ulteriori aiuti militari all'Ucraina per 450 milioni di dollari, tra cui ci sarebbero altri sistemi missilistici Himars e munizioni.

Esercito ucraino perde terreno del Donbass
Al momento, però, l'esercito di Kiev continua ad arretrare nel Donbass. Dopo Severodonetsk - ormai conquistata dai russi, che però non sono ancora riusciti a sbloccare lo stallo armato con i difensori della fabbrica chimica Azot, asserragliati nei bunker con oltre 500 civili, tra cui 38 bambini -, nel mirino c'è sempre più la città gemella Lysychansk, dove secondo il governatore Serhiy Gaidai si sono registrati “pesanti incendi causati dagli invasori”, che hanno lanciato “più di cento razzi”, e “interi quartieri sono sotto il fuoco dei russi”, che utilizzano “artiglieria e mortai”. Gaidai ha denunciato “numerose vittime tra i civili”, assicurando però che “la città continua a essere in prima linea nella resistenza”.

Secondo l'intelligence britannica, dall'inizio della settimana le forze di Mosca sono avanzate di oltre 5 km verso la parte sud di Lysychansk, dove gli ucraini continuano a difendersi.

Sempre nel Lugansk, il leader ceceno Ramzan Kadyrov ha anche rivendicato la presa del villaggio di Katerynivka. Difficoltà ammesse anche dai vertici militari di Kiev. “Nonostante tutto, teniamo duro. La situazione è difficile, ma sotto controllo”, ha spiegato il generale Valery Zaluzhny, comandante in capo dell’esercito, secondo cui “le forze armate sono costrette a condurre manovre difensive” e tentano di “occupare posizioni più vantaggiose”.

Gli altri punti caldi
Sotto attacco restano anche gli altri fronti. Nella regione nordorientale di Kharkiv i russi hanno bombardato il distretto di Chuhuiv, ferendo 7 civili, tra cui 2 bambini, mentre a Sumy sono stati denunciati raid con “munizioni al fosforo”. A sud, alcuni missili hanno colpito terminal di grano a Mykolaiv, mentre le forze ucraine hanno annunciato un contrattacco su Kherson, dove Mosca starebbe però già organizzando come a Zaporizhzia un “referendum” per l’indipendenza l’11 settembre, in contemporanea con le elezioni regionali in Russia.

“Pronti a chiedere la grazia”
Lo scontro continua anche sui prigionieri di guerra. I britannici Shaun Pinner e Aiden Aslin e il marocchino Brahim Saadoun, condannati a morte in Donbass per aver combattuto a fianco delle truppe ucraine, hanno reso noto tramite i loro legali di voler ricorrere in appello contro il verdetto, e di essere pronti anche a formulare “una richiesta di grazia”.

La cultura tra le vittime del conflitto
Dopo quattro mesi di guerra, intanto, il bilancio della devastazione appare drammatico. Secondo gli esperti dell'Unesco, almeno 152 siti culturali sono stati parzialmente o completamente distrutti, tra edifici religiosi, monumenti, musei e biblioteche, con tre quarti dei danni concentrati nelle regioni di Donetsk, Kharkiv e Kiev.

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