I Talebani riscrivono la vita quotidiana
Nuove regole tra segregazione di genere tra gli studenti, niqab obbligatorio, oscuramento dei murales. Il nuovo governo soffoca diritti e libertà di espressione
Redazione
I Talebani riscrivono la vita quotidiana

Dalle aule universitarie alle strade delle città, le nuove regole dei Talebani riscrivono la vita quotidiana in Afghanistan, soffocando diritti e libertà d’espressione. Con la loro interpretazione oscurantista della sharia, la legge coranica, giorno dopo giorno i mullah intervengono in maniera sempre più pervasiva. E a tre settimane dalla presa di Kabul, col ritorno negli atenei dopo l’emergenza, le prime a farne le spese sono le ragazze, costrette a indossare la lunga e ampia tunica nera che copre i capelli, accompagnata da un velo dello stesso colore che lascia scoperti solo gli occhi.

Le regole in aula
Nelle aule, poi, devono restare nascoste allo sguardo dei colleghi maschi, formando classi solo femminili se ci sono almeno 15 studentesse o aule comuni ma separate da tende appositamente installate a tagliarle in due, in una plastica rappresentazione della segregazione di genere che rischiano presto di subire milioni di donne in Afghanistan. La scena è diventata virale con una foto scattata all’ateneo privato Ibn-e-Sina di Kabul nel primo giorno di lezioni, con 6 ragazze rigidamente separate dai maschi.

Via i murales
I segni del regime talebano si fanno sempre più visibili anche per le strade di Kabul. Da giorni proseguono le cancellazioni dei murales del collettivo indipendente ArtLords, che dal 2014 aveva ricoperto gli edifici della capitale e i grigi blocchi di cemento collocati per proteggerli da eventuali esplosioni con disegni ispirati alle idee di pace, giustizia e fratellanza tra i popoli. Tra questi, il disegno della stretta di mano tra il capo politico dei mullah, Abdul Gahni Baradar, e l’inviato Usa, Zalmay Khalilzad, alla firma degli accordi di Doha, e quello che mostrava l’uccisione di George Floyd negli Stati Uniti, accostandola all’annegamento dei profughi afghani in Iran. O ancora, il murale dedicato al medico e operatore umanitario giapponese Tetsu Nakamura, ucciso nel 2019. Al posto della street art, sono spuntate enormi rappresentazioni della bandiera bianca dei Talebani e slogan di propaganda islamica e nazionalista, inneggianti alla “vittoria” contro Usa e Occidente e all’imposizione della sharia. “Alcuni di questi murales erano l’anima di Kabul. Hanno dato bellezza alla città e portato attenzione verso la gente di Kabul che stava soffrendo”, ha commentato Omaid Sharifi, co-fondatore del gruppo, rifugiatosi negli Emirati dopo la presa del potere dei Talebani, che hanno definito i membri del collettivo come “infedeli”, minacciandoli di morte. Con lui sono fuggiti almeno 54 artisti con le loro famiglie, ma un altro centinaio è rimasto in patria, nascosto nel timore di rappresaglie.

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