Estero
"Dobbiamo scegliere chi curare e chi no, come in guerra"
La testimonianza choc di un anestesista rianimatore a Bergamo sull'emergenza negli ospedali lombardi
La Redazione
"Dobbiamo scegliere chi curare e chi no, come in guerra"
"Dobbiamo scegliere chi curare e chi no, come in guerra"

Il sistema sanitario lombardo è messo a dura prova dall'emergenza di coronaviurs. A causa dell'aumento del numero di contagi, il personale sanitario lavora ininterrottamente e anche i posti letto cominciano a scarseggiare, tanto che si improvvisano soluzioni. A tratteggiare uno scenario più che drammatico è un anestesistia rianimatore dell’ospedale Papa Giovanni XXIII Bergamo, uno dei più sollecitati in queste settimane. 

"All’interno del Pronto soccorso è stato aperto uno stanzone con venti posti letto, che viene utilizzato solo per eventi di massa. Lo chiamiamo Pemaf, ovvero Piano di emergenza per il maxi-afflusso. È qui che viene fatto il triage, ovvero la scelta" racconda Christian Salaroli in un'intervista al Corriere della Sera. "In quei letti vengono ammessi solo donne e uomini con la polmonite da Covid-19, affetti da insufficienza respiratoria. Gli altri, a casa". 

"Si valutano con molta attenzione i pazienti con gravi patologie cardiorespiratorie, e le persone con problemi gravi alle coronarie, perché tollerano male l’ipossia acuta e hanno poche probabilità di sopravvivere alla fase critica" prosegue il dirigente sanitario. "Se una persona tra gli 80 e i 95 anni ha una grave insufficienza respiratoria, verosimilmente non procedi. Se ha una insufficienza multi organica di più di tre organi vitali, significa che ha un tasso di mortalità del cento per cento. Ormai è andato. È una frase terribile. Ma purtroppo è vera". 

Il monito di Salaroli è quello di stare a casa. "Non mi stanco di ripeterlo. Vedo troppa gente per strada. La miglior risposta a questo virus è non andare in giro. Voi non immaginate cosa succede qui dentro. State a casa (...). Tutti stiamo facendo tutto. Il carico di lavoro e quello emotivo è devastante. Ho visto piangere infermieri con trent’anni di esperienza alle spalle". 

Per affrontare questa situazione il dirigente sanitario si immagina la chirurgia di guerra: "Si cerca di salvare la pelle solo a chi ce la può fare. È quel che sta succedendo".