Assalto a Capitol Hill, è bufera sulla polizia
Le forze dell’ordine sono sotto accusa per il disastro, con molti interrogativi sul perché non siano intervenute con più durezza. Alcuni poliziotti hanno fatto selfie con i manifestanti, aprendo dubbi su possibili connivenze
di Keystone-ATS/MJ
Assalto a Capitol Hill, è bufera sulla polizia

La polizia sotto accusa per il disastroso fallimento al Campidoglio. In una città sempre in allerta per la presenza del presidente e in un edificio, il Congresso, che ha una sua propria polizia di 2’000 uomini, i manifestanti sono riusciti a irrompere nella “fortezza della democrazia” senza problemi. Nessuno li ha fermati. Video e foto circolati sulla rete lo mostrano chiaramente: agenti immobili davanti all’invasione e almeno uno che si scatta un selfie con un manifestante.

Black Lives Matter arrestati, trumpiani lasciati fare?
Immagini shock che alimentano le polemiche ed espongono la polizia a ulteriori e forti critiche razziste. Sì, perché la più accesa riguarda l’evidente disparità di trattamento fra i manifestanti di Black Lives Matter, picchiati e arrestati a centinaia, e i fan “bianchi” di Trump, davanti ai quali - è l’accusa - è stato quasi steso un tappeto rosso.

Il “white privilege”, ovvero il privilegio riservato alla popolazione bianca e contro il quale nell’ultimo anno milioni di americani sono scesi in piazza, torna così alla ribalta, gettando una nuova ombra sulle forze dell’ordine. Il bilancio della giornata più nera per la democrazia americana è di soli 68 arresti ma di ben quattro morti, di cui una donna all’interno del Congresso.

La difesa degli agenti
Mentre molti si chiedono com’è possibile che la polizia fosse così impreparata di fronte a una manifestazione di estrema destra organizzata alla luce del sole e comunicata con largo anticipo, gli agenti oggi hanno provato a difendersi. Pur ammettendo che nessuno si attendeva una partecipazione così massiccia, fonti della polizia hanno fatto filtrare che gli agenti volevano dare un esempio ed evitare di ripetere le scene violente che si sono susseguite negli ultimi mesi in varie città americane. Volevano essere una presenza discreta, quasi invisibile.

Peccato che invisibili lo sono stati fin troppo: hanno concesso troppo spazio ai manifestanti nell’area antistante al Congresso e poi si sono lasciati sfuggire la situazione di mano.

Aperta un’inchiesta
Un’inchiesta per capire cosa sia veramente accaduto all’interno delle forze dell’ordine è in corso: per ora nessun mea culpa ufficiale e nessuna testa caduta, solo teorie cospirazioniste “al contrario” secondo le quali dietro al mancato intervento ci sarebbe qualcuno dell’amministrazione Trump, se non addirittura il presidente in persona.

Giallo sulla Guardia Nazionale
Ipotesi che per ora non trovano riscontro nella realtà ma che sono alimentate dal giallo sul dispiegamento della Guardia Nazionale. Oltre 300 agenti erano stati mobilitati e presidiavano le strade di Washington già prima della manifestazione. Mentre l’invasione era in corso ulteriori truppe sono state richieste ma voci riferiscono del secco “no” del Pentagono.

Secondo la Casa Bianca, a sbloccare l’impasse è stato Donald Trump ordinando il dispiegamento di ulteriori truppe. In realtà, ha raccontato il “New York Times”, sarebbe stato il vicepresidente Mike Pence a chiedere e ottenere la Guardia Nazionale, con Trump tagliato fuori dalla linea di comando.

I membri del Congresso, sotto shock per gli eventi, hanno annunciato che apriranno un’indagine sull’accaduto. Mentre rinforzi della Guardia Nazionale sono arrivati oggi a Washington dagli Stati vicini e una rete di recinzione “invalicabile” è in costruzione nel perimetro del Congresso, l’Fbi sta assistendo la polizia nell’identificare i responsabili dell’insurrezione e portarli davanti alla giustizia.

“Il 20 gennaio sarà sicuro”
La sindaca di Washington, Muriel Bowser, ha parlato di chiaro fallimento rimandando però le responsabilità a livello federale e impegnandosi a blindare la città in vista del giuramento del 20 gennaio. “Stavolta sarà sicuro”, è il mantra che, dopo il caos, tutti ripetono a Washington.

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