Il costo ambientale del take away
Impossibilitati a consumare i pasti al ristorante, molti lavoratori si affidano all’asporto, così contenitori e stoviglie monouso stanno invadendo i cestini delle nostre Città
Redazione
Il costo ambientale del take away
Foto CdT/ Chiara Zocchetti

Piatti, posate, contenitori. I cestini delle nostre città mostrano in modo vivido il tempo che stiamo vivendo: i ristoranti sono chiusi, ma i lavoratori da qualche parte devono mangiare, così si affidano al take away. “La massa di rifiuti è sicuramente aumentata, ma non abbiamo delle cifre”, spiega Daniele Polli, coordinatore di Okkio, l’associazione che si occupa di gestione sostenibile dei rifiuti. “Quello che è aumentato è quello visibile, con questi take away, i rifiuti che prima portavamo in casa adesso li portiamo in pubblico. Con questa situazione i rifiuti privati si trasformano in rifiuti pubblici, che poi vanno anche sulle spalle dei cittadini”. Insomma, a guadagnare sono take away e negozi, a pagare lo smaltimento è la comunità. Proprio per questo Okkio negli scorsi giorni ha lanciato l’allarme, quando ai lavoratori si sono aggiunti i turisti pasquali.

Cosa fare dunque per minimizzare impatto e costi di questo fenomeno? “Il nostro consiglio è di agire alla fonte del problema. La fonte sono i take away che servono in contenitori monouso. In Svizzera tedesca e in Romandia sono molto diffusi i contenitori multiuso”, spiega Polli. La Germania, addirittura, dal prossimo anno costringerà chi offre cibo d’asporto a offrire allo stesso prezzo il servizio con contenitori lavabili e riutilizzabili.

Ma se ristorante ritiene troppo oneroso e complicato prevedere soluzioni simili, che richiedono al cliente di riportare i contenitori una volta usati, ci sono sempre i contenitori monouso in materiali biodegradabili. Se anche questi vengono gettati nel cestino e non compostati, però, il vantaggio svanisce. Letteralmente brucia nell’inceneritore.

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Il biodegradabile, però, secondo chi commercializza stoviglie monouso ha comunque un vantaggio. “La grande differenza è nella produzione più che nello smaltimento”, spiega Marco Buchser, responsabile marketing di Rebu SA. “Perché nella produzione si va a prendere degli scarti che comunque verrebbero bruciati, che comunque verrebbero buttati via. Come le fibre dello zucchero di canna, le foglie di palma”.

I clienti della Rebu sono aziende, organizzatori di eventi ed esercizi pubblici, settori in cui il biodegradabile sta facendo breccia: “Stanno diventando sempre di più, anche per una questione d’immagine: il ristorante o bar che dà delle stoviglie biodegradabili ha qualcosa in più rispetto a chi dà delle stoviglie normali. Quindi avendo dei clienti che già acquistano stoviglie classiche, noi cerchiamo di inserire questo tipo di prodotti”, conclude Buchser.

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